Paralimpiadi di Rio 2016: una nuova visione della disabilità?

Dopo la suggestiva cerimonia d’apertura che si è svolta la notte scorsa, da oggi entrano nel vivo le gare delle Paralimpiadi di Rio de Janeiro, le 15° della storia. Fino al 18 settembre, più di 4.300 atleti provenienti da 176 Paesi si cimenteranno in 23 discipline. L’Italia si presenta con 101 atleti, tra i quali spiccano, per citarne alcuni, i nomi di Martina Caironi, Beatrice “Bebe” Vio, Alex Zanardi, Monica Contrafatto, Giusy Versace. Giulia Ghiretti.

Una manifestazione, i Giochi Paralimpici, il cui significato va oltre il semplice ambito sportivo, perché, come sottolineato dagli stessi atleti, si tratta di un’occasione per puntare i riflettori del mondo sulla disabilità, contribuendo all’affermazione di quella “cultura della disabilità” che ancora fatica ad essere compresa ed accettata pienamente.

Paralimpiadi Rio 2016Ma le Paralimpiadi sono anche un’occasione per riflettere sul modo in cui vengono presentati e “vissuti” gli atleti paralimpici. Soprattutto a partire da Londra 2012, sembra- fortunatamente- superata la visione “pietistica” che è stata pressoché dominante per decenni: i paralimpici non sono “sportivi minori”, ma atleti di tutto rispetto, che si allenano, gareggiano, battono record, etc.

Tuttavia, dietro l’angolo, a mio parere, c’è un altro rischio: quella che io chiamo la retorica dei “superuomini”, alla quale fa riferimento, a partire dal titolo, anche il suggestivo video realizzato dalla britannica Channel 4, l’emittente che trasmette le Paralimpiadi nel Regno Unito.

E’ giusto considerare “superuomini” (e “superdonne”) gli atleti paralimpici, solo perché gareggiano fronteggiando, oltre agli avversari, anche disabilità fisiche e sensoriali più o meno gravi? E’ “utile alla causa” della cultura della disabilità (di tutti, non solo degli atleti paralimpici) considerarli “super” o fonti d’ispirazione o non rischia, piuttosto, di creare un’ulteriore barriera tra noi persone disabili e gli altri, i “normali”?

Tom, la mascotte delle Paralimpiadi di Rio 2016Non sarebbe, forse, più corretto (e utile) descrivere le loro gesta sportive, esaltandole com’è giusto che sia, ma senza fare cenno ad una loro presunta “superiorità”? Certo, è indubbiamente utile, per chi fa i conti quotidianamente con una disabilità cronica di qualsiasi tipo, vedere altre persone nella sua stessa condizione (o in situazioni più gravi) che, anziché piangersi addosso, si mettono in gioco, sfidando i propri limiti. Ma non è proprio questo, vale a dire sfidare i propri limiti, che fanno anche gli sportivi “normali”? Perché sottolineare questo aspetto solo per gli atleti paralimpici?

Non mi stancherò mai di ripeterlo: le persone disabili non sono né migliori né peggiori rispetto alle altre. Le persone disabili sono, innanzitutto, persone. E come tali andrebbero raccontate. Sarà così anche a Rio 2016? Staremo a vedere e, ovviamente, a tifare!

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