Lo spot con Checco Zalone è davvero “scorretto”?

In questi giorni, sta destando un notevole scalpore lo spot con Checco Zalone per la raccolta di fondi a favore della ricerca sull’Atrofia Muscolare Spinale (SMA), promossa dalla onlus Famiglie SMA.

Contrariamente a quanto avviene di solito in questo genere d’iniziative, lo spot con Checco Zalone non sfrutta toni pietistici, ma fa leva su una caratteristica che ha reso celebre il comico pugliese: la capacità di essere dissacrante. Nello spot, Zalone si lamenta per le intemperanze di un condomino. Cosa c’è di nuovo? Che il condomino in questione è Mirko, un ragazzino affetto da SMA che si è appena trasferito nel palazzo, costringendo Zalone a modificare le proprie abitudini: perde il posto auto, fa tardi in ufficio o perde l’aereo perché, a causa delle barriere architettoniche, il padre del ragazzino è costretto a fare mille manovre per consentirgli di arrivare dall’auto a casa e viceversa, non riesce a dormire perché Mirko gioca fino a tardi ai videogame, etc.

Mirko, nello spot, non è descritto come un “poveretto” da aiutare per compassione, ma come un “intralcio”: Zalone decide di sostenere la ricerca augurandosi che, così, Mirko guarisca e lo liberi dai problemi che gli causa.

Famiglie SMA - spot con Checco Zalone

Ma questo significa che lo spot con Checco Zalone è “scorretto”? A mio parere, è esattamente l’opposto. Perché è esattamente così che bisognerebbe guardare alla disabilità: basta compassione di qualche attimo (che, spesso e volentieri, lascia il tempo che trova), benvenuta “normalità”! 

La ricerca non va sostenuta per “pietà”, ma per aiutare persone che, nel bene e nel male, sono esattamente come tutti. Quindi, magari, anche per risolvere, “egoisticamente”, un problema. Lo stesso approccio dovrebbe essere adottato quando si guarda alle barriere, architettoniche e culturali, che condizionano quotidianamente l’esistenza di molte persone, disabili e non: la loro eliminazione non dovrebbe essere una “generosa concessione” a soggetti o categorie da compatire, ma il frutto della consapevolezza che, senza di esse, il mondo in cui tutti viviamo sarebbe nettamente migliore. Per tutti.

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