“The elephant man”: la disabilità nella Londra vittoriana

Proseguiamo la rassegna dei film che hanno affrontato il tema della diversità e, in particolare, della disabilità con un classico girato nel 1980 da uno dei miei registi preferiti: il bellissimo “The elephant man“, di David Lynch, ispirato alla vicenda di Joseph Merrick (ribattezzato John), un uomo affetto dalla rarissima sindrome di Proteo, che aveva gravemente alterato le fattezze del suo volto e del suo corpo. Nel film come nella vita reale dell’uomo, Merrick viene scoperto per caso da un celebre medico durante uno spettacolo, nel quale veniva esposto come un fenomeno da baraccone, utilizzando la sua “mostruosità” per arricchirne lo spietato sfruttatore. Il medico lo porta con sé e, gradualmente, lo aiuta ad inserirsi nella società, restituendogli la dignità umana che, fino a quel momento, gli era stata negata e permettendo alla gente di scoprire, oltre il “mostro”, un uomo sensibile e colto.

"The Elephant Man"

Naturalmente, la sua storia si diffonde rapidamente per tutta Londra, arrivando perfino alle orecchie della stessa regina Vittoria, che, impietosita dalla vicenda, apre un fondo per finanziarne le cure mediche. Tutto bene, quindi? Neanche per sogno! Il suo aguzzino riesce a trovarlo e rapirlo, tornando a sfruttarlo nel proprio circo di “freak“, ma sono proprio gli altri “fenomeni da baraccone” ad aiutarlo a fuggire e tornare a Londra. Qui, ha luogo la scena più commovente di tutto il film: alla stazione, Merrick, mentre corre per sfuggire alle angherie di un gruppo di ragazzini, urta accidentalmente una bambina e rischia, per questo, il linciaggio da parte della folla. Ma l’uomo, per fermarli, urla: “Non sono un elefante! Io non sono un animale! Sono un essere umano!“. Finalmente al sicuro, affidato nuovamente alle cure del medico che l’aveva già aiutato, Merrick ha un altro “momento di gloria”, assistendo ad una rappresentazione teatrale durante la quale gli viene tributata un’ovazione. Tornato in ospedale, l’uomo muore, finalmente in pace e con il cuore scaldato dalla consapevolezza di aver avuto, in vita, almeno un amico: il medico.

The elephant man” non è un racconto strappalacrime che indulge al pietismo. Tutt’altro! David Lynch, col suo stile asciutto ed essenziale, riesce a far percepire come, andando oltre l’apparenza dell’aspetto fisico, si possa cogliere l’essenza reale delle persone, anche dei “mostri” come Merrick. Il male non è nel “diverso”, ma nella società che, non sapendo come accogliere quest’ultimo,  lo emargina per paura.

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