Goover, l’app per muoversi liberamente in città

Goover Francesca Moscardo

Francesca Moscardo

Visto che uno dei motivi per cui ho deciso di dar vita a Move@bility è sensibilizzare sulla necessità di rimuovere le barriere architettoniche, non solo a vantaggio di chi ha una qualche disabilità, ma per tutta la collettività, sono molto felice di potervi segnalare iniziative che condividono quest’obiettivo. Mi fa ancor più piacere in questo caso, perché ho anche l’occasione di fare una chiacchierata con una donna che è mia amica anche nella vita reale: Francesca Moscardo, che oggi incontro in rappresentanza del team di Goover, una nuova app nata proprio per segnalare barriere architettoniche e luoghi accessibili, per facilitare gli spostamenti di tutti nelle nostre città.

Ciao Francesca, ti va di presentarti ai lettori di Move@bility? 

Con molto piacere! Ho 31 anni e vivo a Verona, città che adoro. Sono nata con la displasia diastrofica, una forma di nanismo che, oltre ad alcune malformazioni ossee, mi ha regalato una statura decisamente ridotta: infatti, dico sempre che sono tascabile! Nella vita quotidiana, la mia è una disabilità molto particolare perché provo i disagi sia di chi si muove sulla sedia a rotelle (riesco a camminare, ma sulle lunghe distanze ne faccio uso), sia di chi è molto molto basso, come i bambini che non arrivano al water, al lavandino, ai pulsanti dell’ascensore, ad aprire una porta… Sono laureata in storia dell’arte, ma la vita mi ha portata a intraprendere la strada della scrittura e attualmente collaboro con un’agenzia di comunicazione come copywriter. Unendo la passione per raccontare storie – con una vena, mi dicono, molto ironica – e il tema offerto dalla mia disabilità un po’ borderline, nel 2017 è nato “Nanabianca Blog. Il mondo a un metro d’altezza”: un blog in cui parlo di Verona e dei miei viaggi, sempre con un occhio di riguardo alle informazioni sull’accessibilità, ma racconto anche delle soluzioni che ho trovato nella vita quotidiana e che potrebbero essere utili a qualcun altro che si trova ad affrontare problemi simili (nel vestire, nella cura personale, nel cucinare, nell’organizzare un viaggio…). Cerco di dare delle idee, degli spunti che gli altri possano adattare a sé. Il mio blog mi ha portato, quest’anno, a conoscere il team di Goover: mi hanno chiesto se volessi entrare a tutti gli effetti nel progetto, occupandomi del blog (che sta prendendo avvio proprio in questo periodo). Per me, la mobilità è un aspetto fondamentale nella vita di una persona disabile: aver preso la patente nel 2015 e potermi muovere in libertà sulla mia auto adattata, mi ha regalato un numero di opportunità e di esperienze prima impensabili. L’app Goover, su un piano diverso, vuole permettere la libertà di movimento delle persone con difficoltà motorie, segnalando ed evitando le barriere architettoniche all’interno di un percorso: è un obiettivo totalmente in linea con la mia visione, per questo non ho potuto fare a meno di accettare la proposta del team!

Goover - il team

Il team di Goover

Com’è nata l’idea di Goover? 

L’idea è nata durante un hackathon a cui il gruppo – che poi avrebbe fondato Goover – ha partecipato ad ottobre 2017 a Torino, riguardo alla mobilità cittadina. Paolo Bottiglieri, l’attuale CEO, aveva avuto esperienze di lavoro con il mondo della disabilità e voleva, insieme a Marco Coluccio e Matteo Sipione, trovare un modo per migliorare gli spostamenti in città. Quasi per caso hanno visto passare un ragazzo in sedia a rotelle che ha dovuto cambiare strada per colpa di un gradino: da lì è partito tutto.

Cos’ha di diverso quest’app, rispetto alle altre già disponibili? 

Prima di partire è stata svolta un’indagine per capire cosa ci fosse sul mercato, cosa facessero i competitor e come. Ciò che si è constatato è che tutti forniscono poche funzioni e, a volte, si tratta di applicazioni non aggiornate anche da 6 o 7 anni. Goover nasce come app che aggreghi le funzioni in un’unica piattaforma (evitando l’effetto-canguro da un’app all’altra) e guidi l’utente su itinerari senza barriere architettoniche.

Goover Le app che si prefiggono l’obiettivo di segnalare le barriere architettoniche, in genere, prendono in considerazione un solo tipo di disabilità: quella motoria, e, segnatamente, quei tipi di disabilità motoria che comportano l’utilizzo della sedia a rotelle per gli spostamenti. Ma, come ben sappiamo, le disabilità sono tante, anche quando consideriamo solo le limitazioni motorie. Per fare un esempio, le esigenze di chi si muove utilizzando delle stampelle sono diverse rispetto a quelle di chi utilizza la sedia a rotelle e, di conseguenza, anche le barriere architettoniche sono viste in maniera diversa. Goover aiuterà anche chi ha esigenze diverse?

L’obiettivo è poter differenziare i percorsi in base al tipo di disabilità o di esperienza dell’utente sulla sedia a rotelle. Abbiamo notato anche noi, grazie alla prima mappatura, che ci sono ostacoli che per alcuni non sono tali e, per questo motivo, inseriremo anche il livello di difficoltà sui percorsi.

Ottimo! In base alla tua esperienza personale, cosa manca perché si possa veramente “pensare accessibile”, quando si progettano spazi urbani, edifici pubblici, etc.?

Credo che manchi, prima di tutto, la capacità di mettersi nei panni di persone con necessità diverse dalle nostre, chiunque esse siano; in secondo luogo, manca l’elasticità mentale e la volontà di andare oltre le norme in materia di progettazione, per creare un ambiente che sia davvero funzionale al maggior numero di persone possibile (non solo a quelle in sedia a rotelle, che rappresentano nell’immaginario comune la disabilità standard) e che non si limiti a rispettare le leggi, magari un po’ datate. Infine, manca la consapevolezza che se un luogo è accessibile a una persona con disabilità, lo sarà per tutti. Quest’ultimo è, forse, il concetto più banale, ma anche il più difficile da radicare nella mentalità dei progettisti.

Non potrei essere più d’accordo! Puoi darci qualche anticipazione sul futuro di Goover? Cosa dobbiamo aspettarci per il 2019?

Possiamo dire che, al momento, siamo molto assorbiti per iniziare ad avere versioni stabili dell’app sia su Android che su iOS: al momento, infatti, l’app è in beta testing. Nel 2019, ci concentreremo sul potenziamento del collegamento tra strutture accessibili che saranno, per lo più, bar e ristoranti. Lo sguardo verso il futuro è puntato sulla possibilità di prenotazione di hotel e camere certificate accessibili direttamente dal sito di Goover e che non riserveranno più sorprese come ad oggi spesso succede. Il caso che più mi è rimasto in mente è quello di Giulia, che ha prenotato da una nota piattaforma e che, arrivata sul posto, certificato totalmente accessibile, ha scoperto che presentava tre scalini davanti all’ascensore che avrebbe dovuto portarla alla camera. Il sito di Goover vuole proprio eliminare la possibilità del presentarsi di tali situazioni.

Grazie, Francesca, e in bocca al lupo a te e a tutto il team di Goover! 🙂

“Vorrei ma non posso”: tra sogni e barriere

Verona: la città di Romeo e Giulietta, affascinante, ricca di arte, storia e magia.  Pensate che bello girare per le sue strade, assaporarne la bellezza, concedersi una pausa in un bar o fare shopping nei negozi del centro… Ma Verona è accessibile per chi ha problemi di mobilità? A questa domanda hanno provato a rispondere Alessia Bottone e Valentina Bazzani, rispettivamente autrice/regista e protagonista “seduta” del documentario “Vorrei ma non posso: quando le barriere architettoniche limitano i sogni“, che descrive una giornata di Valentina, giornalista con disabilità, in giro per la sua città, Verona per l’appunto, tra barriere architettoniche e non solo.

Vorrei ma non posso” è stato presentato a settembre e visto da migliaia di persone, me compresa. Visto che l’ho trovato decisamente interessante, ho deciso di mettermi in contatto con Alessia e Valentina per farmi raccontare direttamente da loro com’è nato questo interessante (ed utilissimo!) progetto.

-Com’è nata l’idea di “Vorrei ma non posso”? 

Alessia Bottone - "Vorrei ma non posso"

Alessia Bottone

ALESSIA – Mi occupo da tempo, anche per lavoro, di diritti umani ed esperienze familiari mi hanno portato ad essere  particolarmente sensibile a temi quali autonomia e accessibilità riferiti alle persone con disabilità. Due anni fa, ho presentato una bozza del documentario al premio per Giovani Giornalisti Massimiliano Goattin, ottenendo un finanziamento che mi ha consentito di passare all’azione. Nel frattempo, ero entrata in contatto, attraverso Facebook, con Valentina, leggendo un suo post sull’ennesima discriminazione in ambito lavorativo che lei aveva subito. Dal virtuale, siamo presto passate al reale (viviamo entrambe a Verona e questo ci ha facilitato le cose) e abbiamo iniziato a girare il documentario, con la collaborazione di Elettra Bertucco, che ha realizzato le riprese.

-Qual è stata la difficoltà più grossa che avete dovuto affrontare durante la realizzazione di “Vorrei ma non posso”? 

Valentina Bazzani - "Vorrei ma non posso"

Valentina Bazzani

VALENTINA – Barriere architettoniche di ogni tipo: dai gradini che, per chi come me si muove su una sedia a rotelle e ha un’autonomia molto limitata, rappresentano un limite spesso insuperabile, alla mancanza di scivoli sui marciapiedi o di pedane (anche rimovibili) per accedere a negozi ed esercizi pubblici. Per non parlare, all’interno dei negozi d’abbigliamento, della mancanza di camerini con porte scorrevoli, che, di fatto, obbligano chi è su una sedia a rotelle a provare i vestiti davanti a tutti, con buona pace della privacy… Ma, soprattutto, le barriere culturali: stereotipi e cliché sulle persone con disabilità sono ancora troppo radicati nel nostro Paese.  Il nostro sogno è quello di una vita alla pari, perciò a tutti vanno garantiti gli stessi diritti ed opportunità, perché ciascuno possa mostrare risorse, peculiarità e potenzialità. Purtroppo, in questo momento, non è così.

-Com’è stato accolto “Vorrei ma non posso”? Come reagiva la gente, mentre giravate?

A. – Durante le riprese, per non condizionarle, non abbiamo fatto riferimento al documentario con le persone coinvolte. Ovviamente, ne abbiamo pixelato i volti, per rispettarne la privacy. Per il documentario c’è stata un’accoglienza che, francamente, mi ha sorpresa: in genere, quando si affrontano questi temi, ci si ritrova (purtroppo) in pochi. Invece, sia durante la presentazione che in questi mesi, abbiamo notato un grande interesse verso il tema che abbiamo affrontato: segno che qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta? 

-Cosa manca ancora per raggiungere la piena accessibilità, vale a dire spazi urbani pensati per adattarsi alle esigenze di tutti i cittadini (inclusi quelli con disabilità motorie – su sedia a rotelle e non- o sensoriali)?

V. – In questo momento,  per arrivare alla piena accessibilità manca, da una parte, il buon senso anche durante la fase della progettazione, lo sforzo di pensare agli spazi anche nell’ottica delle persone con disabilità o, ove possibile, di coinvolgerle direttamente. Ma anche la volontà, da parte delle istituzioni, di creare ambienti veramente accessibili a tutti, almeno negli spazi pubblici. Molto è stato fatto, ma molto resta da fare. Come persone con disabilità, possiamo continuare a sensibilizzare e diventare “protagonisti attivi”, mostrando che, con il nostro impegno e le nostre risorse, possiamo fare una vita normale. Non è semplice, soprattutto quando, a causa della propria condizione, si dipende dall’aiuto altrui. Ma è necessario.

-Cos’è cambiato dopo l’uscita del documentario, a Verona? 

A. – Verona è stata una delle prime città italiane ad adottare il PEBA, il Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche. Certo, il passaggio dagli intenti all’applicazione pratica è più lento di quanto vorremmo e le ambiguità normative non aiutano: per esempio, il paradosso per cui, per dotare il proprio esercizio commerciale di pedana rimovibile si debba pagare una tassa per occupazione di suolo pubblico è, quanto meno, un controsenso, no?

-Quanto incidono le problematiche legate all’accessibilità sulla piena inclusione (sociale e lavorativa) delle persone con disabilità?

V. – Alle superiori, pur essendo più portata per le materie scientifiche, ho scelto un istituto tecnico perché era l’unico accessibile. Negli anni, le cose sono migliorate: la società è più inclusiva e c’è anche una crescente attenzione per gli spazi, perché siano accessibili e accoglienti. La difficoltà maggiore è ancora, prevalentemente, culturale: non è accettabile, nel 2017, che una persona con disabilità, professionista con un curriculum di tutto rispetto, sostenga infiniti colloqui e venga scartata solo a causa della propria disabilità! Tante sono state le battaglie per condurre una vita normale, studiare, laurearmi con il massimo dei voti, fare esperienze lavorative (a titolo gratuito) e poi mi vedo scartata? No, non ci sto. È veramente possibile una vita alla pari, piena e meravigliosa. Ma è necessario che istituzioni, associazioni facciano rete e facciano cultura, per creare una società veramente inclusiva.

presentazione di "Vorrei ma non posso"

Alessia e Valentina alla presentazione di “Vorrei ma non posso”

Grazie mille a queste due splendide donne per aver riacceso i riflettori su un tema per il quale non si fa ancora abbastanza per tradurre in pratica le intenzioni. Speriamo di vedere presto il sequel di “Vorrei ma non posso”. Magari, stavolta, dal titolo: “Vorrei…e posso!”

Cristiana e la sua voglia di superare la SM

Il (anzi la, dato che si tratta di una giovane donna) “Move@bility’s friend” di oggi è una persona davvero speciale, per me, perché la conosco davvero da sempre, essendo la mia “cuginetta”. Cristiana ha 23 anni, tanti sogni e una grandissima voglia di trovare un equilibrio, per quanto difficile, tra l’ostacolo rappresentato dalla malattia con la quale convive da qualche anno e la volontà di superarla e guardare avanti con fiducia. Ma lascio che sia direttamente Cristiana a condividere con voi la sua storia.

Cristiana

Due anni fa, mi è stata diagnosticata la sclerosi multipla, malattia che impedisce una visione limpida della vita e insidia l’autostima. Questo, tuttavia, non ha rappresentato per me l’alibi perfetto per sfuggire passivamente alla vita di una ragazza di vent’anni: al contrario, mi ha permesso, con l’aiuto dello yoga (che oggi è diventato il mio lavoro), di adottare uno stile di vita più sano e allenarmi ad avere un atteggiamento mentale positivo, riuscendo a trovare un equilibrio nella difficile convivenza tra la voglia di proseguire nel mio percorso e raggiungere i miei obiettivi e il freno imposto dalla patologia. Inoltre, questo atteggiamento mentale positivo mi ha permesso, con il tempo, di non vedere la malattia come un ostacolo, ma come uno strumento in grado di accompagnarmi lungo il mio percorso evolutivo.

Attraverso questa mia breve testimonianza, voglio dimostrare che, se si riesce a trovare la forza per raggiungere l’equilibrio- che può essere presente anche in uno stato di patologia- si metterà in moto un meccanismo di auto-guarigione. Per fare questo, è indispensabile una grande forza di volontà, nutrita a sua volta da un costante flusso di energia. Insite nell’uomo vi sono infinite ed enormi potenzialità, non solo fisiche ma anche e soprattutto mentali. Spesso, però, ci si ritrova in uno stato di scoraggiamento e frustrazione tali da toccare il fondo. Ma solo allora si potrà attingere a queste potenzialità, per poi riuscire a riemergere, poiché l’evoluzione dell’uomo è sempre bifasica. Non solo l’uomo, ma la natura in sé ha il potere di rigenerarsi: ciò che anima tutto il mondo, infatti, è la forza di auto-guarigione, strettamente legata alla forza di volontà, la quale implica una modalità con cui si affrontano gli eventi, siano essi positivi o negativi.

Nel mio caso, questa forza di volontà, che inizialmente non sapevo neppure di possedere, è stata sempre presente nel rapporto quotidiano con la malattia: a volte, è stata la mia ancora, altre volte una vera e propria spinta a reagire, altre volte ancora mi si è rivoltata contro per attivare su di sé maggiore attenzione. Bisogna sempre tenere bene a mente che la malattia non è da combattere né sopprimere, ma è da guidare e assecondare. La malattia è qualcosa che rende sincero il rapporto con se stessi, mostrando i lati oscuri che spesso vogliamo ignorare. La salute, al contempo, non è un fine da raggiungere ma un processo, che può essere influenzato da uno stato psicologico positivo.

Ringrazio di cuore Cristiana per aver voluto condividere la sua testimonianza di come è riuscita a trovare in sé le risorse per affrontare con coraggio e positività la sclerosi multipla. Naturalmente, non sempre la volontà è sufficiente a guarire (in fondo, chi vorrebbe essere malato, potendo scegliere?). Però, è indubbio che abituarsi ad adottare un atteggiamento positivo “nonostante” aiuti a vivere meglio e, al tempo stesso, ad affrontare con più energia anche le sfide aggiuntive che, quotidianamente, si presentano lungo il cammino di chi, oltre al “bagaglio standard”, si ritrova ad affrontare la vita con uno “extra”: la disabilità, quale che ne sia la forma o la causa.

Se anche voi, come Cristiana, volete condividere la vostra storia con gli amici di Move@bility, inviatela via mail (trovate l’indirizzo nella pagina “Contattami“) o, se preferite i social, con un messaggio privato sulla pagina Facebook di Move@bility.

Barbara Garlaschelli: “La sensualità nasce dalla testa!”

Barbara Garlaschelli

Foto di ©Giampaolo Poli

Nei giorni scorsi, vi ho parlato di “Non volevo morire vergine“, l’ultimo libro della scrittrice  di origine milanese Barbara Garlaschelli. Sull’onda delle emozioni che mi ha suscitato il libro, l’ho contattata e lei è stata da subito disponibile a fare una chiacchierata a distanza con me per Move@bility. Eccovela!

  • Per prima cosa, vorrei ringraziarti per aver scritto “Non volevo morire vergine”: un libro che tocca veramente le corde dell’anima, e non solo quelle. Come mai hai deciso di mettere nero su bianco in un libro una parte così intima della tua vita? Perché volevo parlare del tema tabù sesso/disabilità e, per farlo, ho scelto la forma autobiografica per non generalizzare e poter rispondere di persona di ciò che ho scritto. Scrivere è anche un’assunzione di responsabilità e, in un tema così delicato, non si può generalizzare: i disabili non sono una categoria, ma persone, ciascuna con la propria storia.​
  • Qual è stata la parte più difficile da raccontare? Sicuramente la morte di mio padre.

"Non volevo morire vergine"

  • Leggendo i tuoi libri, ascoltando le tue interviste e i tuoi reading, emergono una enorme energia e positività: dove si comprano?  ​​Io sono stata una donna fortunata: ho avuto genitori eccezionali, che mi hanno insegnato a vivere, a lottare per essere felici, a non tirarsi mai indietro. E poi, ho un carattere che mi ha aiutata: tenace e testardo. Sono una donna curiosa e la curiosità è una molla che ti spinge a vedere cosa accadrà domani…

 

  • Entriamo nel vivo del tema del libro. Anche leggendo alcuni commenti alle tue interviste di questi ultimi giorni sui social media, è evidente il persistere di una sorta di “resistenza” a considerare noi persone con disabilità anche come soggetti (e oggetti) di piacere sessuale. Come mai, secondo la tua esperienza, è così difficile sradicare il tabù che circonda la sessualità (e l’affettività) delle persone con disabilità, e in particolare (forse non a caso) delle donne? ​ Prima di tutto perché siamo in un paese cattolico in cui il sesso, tout court, è ancora considerato un “peccato”, qualcosa di cui non parlare se non sottovoce. Siamo culturalmente arretrati, pieni di paure per ciò che è “diverso”​. Il fatto di essere donna è consequenziale a questo discorso: le donne devono fare fatica doppia per dimostrare quanto valgono. Non solo in Italia, purtroppo.

 

  • Nel tuo libro, racconti anche l’imbarazzo di alcuni uomini nel rapportarsi con te “da quel punto di vista”: le domande al limite dell’assurdo (“Ma tu… lì…?”), la goffaggine nella gestione “fisica” della situazione, etc. Spesso, certe esperienze finiscono per scoraggiare dal tentare ulteriori approcci: come sei riuscita a superare questo blocco? Buttandomi nella mischia! Lottando contro la paura del rifiuto. Rischiando, che è l’unico modo per vivere: la paura è il nemico peggiore, io ero il mio peggior nemico. ​

 

  • Tempo fa, mi è capitato di leggere, sul web, il commento di un uomo (teoricamente “normodotato”) secondo il quale “andare con una disabile è sempre un reato, perché non può esservi consenso”. Posta l’assurdità dell’affermazione (salvo il caso di persone non in grado d’intendere e volere, ovvio), ho potuto sperimentare personalmente che alcuni, pur non arrivando a dirlo, lo pensano comunque: come far capire loro che così non è (senza scomodare un avvocato, magari)? Io non mi scomoderei a far capire nulla a persone che ragionano così. Vorrei non frequentarle e non le frequento.​
  • Cosa consiglieresti ad una “disabilitata” che non abbia a disposizione amici “volenterosi” per mettere alla prova la propria femminilità o superare un “blocco”? No, non posso dare consigli: ognuna di noi ha una sua strada. Se proprio devo dare un “consiglio”, è quello di arrischiarsi a percorrerla, quella strada, che di certo è davanti a tutti noi. Un “no” non uccide. E se ci si dà una chance, arrivano anche i sì.​
  • Racconti di aver utilizzato anche le chat, per conoscere uomini. Oggi esistono anche app di dating “per disabili” e siti d’incontri dedicati alle persone con disabilità (e agli “amatori del genere”). A me, lo confesso, sembrano dei ghetti un po’ tristi (per quanto ami il web, per “quello” preferisco sempre l’approccio “vecchia maniera”, faccia a faccia, nato magari per una fortunata coincidenza astrale). Tu cosa ne pensi? Io penso che sia un modo come un altro per conoscere le persone. Poi, è chiaro che deve esserci (se uno lo desidera, ma potrebbe anche non esserci) l’incontro “reale” e allora lì capisci se la persona ti interessa davvero. Ma non ho nessuna chiusura rispetto alla conoscenza prima virtuale, ripeto: è un modo come un altro. Può essere divertente e anche un buon modo per raccontarsi. Tanto, i cretini esistono ovunque, fuori e dentro il web.
  • Secondo te, una donna che diventa “disabilitata” nel corso della vita (durante l’adolescenza, come nel tuo caso, o dopo) ha comunque più chance di conservare la percezione della propria femminilità (e la capacità di mostrarla agli altri) rispetto ad una che lo è dalla nascita o giù di lì? ​Non lo so, non posso rispondere a questa domanda perché posso rispondere solo per me. Io, senza saperlo, l’ho conservata sempre.​
  • Il tema principale di “Move@bility” è l’accessibilità, in particolare intesa in senso fisico. Quanto influiscono le barriere architettoniche sulle possibilità di vivere ed esprimere la propria sessualità ed affettività? ​Tantissimo: quello della possibilità di muoversi senza problemi è uno dei nodi centrali sui quali lottare. L’Italia è una barriera totale. Per chi ha difficoltà di movimento, è un inferno. E questo costringe tante persone a restare prigioniere nelle proprie quattro mura: è come vivere agli arresti domiciliari da innocenti.
  • Chiudiamo con qualcosa di più “frivolo”: come si fa ad essere sexy anche su una sedia a rotelle o camminando con una stampella? Insomma, quando i tacchi alti non sono neanche lontanamente ipotizzabili? Io, personalmente, ho imparato a mettere in mostra ciò che di bello ritengo di avere. E poi, la sensualità nasce dalla testa: è lì che devi sentirti sexy.

Accessibilità degli eventi musicali: la tesi di Alice

Alice Cerafogli Mesi fa, casualmente, mentre navigavo in rete, mi sono imbattuta nel questionario di una laureanda che raccoglieva informazioni su un tema che mi sta molto a cuore: l’accessibilità degli eventi musicali alle persone con disabilità di vario tipo. Ovviamente, ho risposto al questionario e invitato anche chi segue Move@bility sui social a farlo, convinta come sono del fatto che la piena inclusione delle persone con disabilità nel contesto sociale passi anche attraverso le occasioni di svago. Quella laureanda è Alice Cerafogli, 25 anni, che tra pochi giorni discuterà la propria tesi di laurea  con specializzazione in Performing Arts Management and Entertainment all’Università Bocconi di Milano. Dalla risposta a quel questionario è nata una corrispondenza, tra me e Alice, visto l’interesse comune. E, oggi che lei ha portato a termine la propria ricerca, eccoci qui a condividerla con i lettori di Move@bility.

Ciao Alice, come hai scelto di dedicare la tua tesi di laurea al tema dell’accessibilità degli eventi musicali alle persone con disabilità?

Ciao! Ho sempre desiderato lavorare nell’ambito dell’industria musicale e nell’organizzazione di concerti, perciò ho scelto questo percorso di studi. Durante l’università, mi è capitato di avvicinarmi al tema dell’accessibilità e, in particolare, di studiare l’argomento del turismo accessibile grazie a un corso seguito mentre ero in scambio in Australia presso la University of Technology of Sydney (UTS). Mi ha molto colpito il numero di iniziative promosse per i turisti con disabilità e, tornata in Italia, mi sono chiesta quale fosse la situazione del nostro Paese e se fosse possibile prendere spunto dall’esempio australiano. Data la mia grande passione per la musica dal vivo, ho scelto poi di approfondire il tema dell’accessibilità dei concerti.

Come hai strutturato l’analisi per la tua tesi di laurea sull’accessibilità degli eventi musicali?

Oltre a diffondere il questionario online, al quale hanno risposto molti siti ed associazioni di persone con disabilità, ho intervistato alcuni rappresentanti di queste associazioni e d’importanti aziende che organizzano eventi musicali su tutto il territorio nazionale. L’obiettivo era quello di avere un quadro il più completo e fedele possibile alla realtà.

accessibilità degli eventi musicali

Secondo te, alla luce dei risultati della tua analisi, qual è l’ostacolo principale col quale debbono fare i conti le persone con disabilità che vogliano assistere ad un concerto, in Italia?

In base ai risultati che ho ottenuto tramite la mia ricerca, credo che uno dei problemi principali da affrontare per persone con disabilità che vogliano assistere ad un concerto sia il reperire tutte le informazioni di cui hanno bisogno per avere accesso ai biglietti e essere “preparati” a ciò che li aspetta la sera dello spettacolo. Spesso, gli organizzatori utilizzano procedure simili ma non del tutto uguali per garantire l’accessibilità degli eventi musicali e ogni venue ha caratteristiche diverse che possono far variare le procedure di prenotazione, ritiro biglietti, assegnazione dei posti e così via. Credo che stabilire regole standard, valide su tutto il territorio nazionale, e rendere le comunicazioni ufficiali chiare ed esaustive potrebbe aiutare non solo il pubblico con disabilità e gli accompagnatori ma anche gli organizzatori stessi a gestire al meglio e in modo più efficiente tutti gli spettatori e l’evento nel suo complesso.

Nella tua analisi, dici che, oltre agli organizzatori, a “dettare le regole”, di volta in volta, sono anche le location che ospitano gli eventi musicali. Nella mia personale esperienza di persona con disabilità motoria (per quanto deambulante) che ama assistere sia a concerti che ad eventi sportivi live (generalmente, a Milano e dintorni, quindi in una situazione, tutto sommato, privilegiata, rispetto ad altre aree dell’Italia), mi è capitato più volte, pur avendo seguito tutta la trafila indicata di volta in volta dagli organizzatori dell’evento che m’interessava, di avere brutte sorprese arrivando in loco: posti riassegnati ad altri spettatori (paganti e non disabili, nell’area teoricamente riservata…), posti assegnati in settori non raggiunti dall’ascensore o, comunque, ben lontani dal palco o dal campo (in caso di evento sportivo), parcheggio nei pressi del luogo dell’evento non garantito (con ovvie difficoltà per chi, come me, non può fare chilometri a piedi, anche se cammina)…e la lista potrebbe continuare ancora a lungo. In alcuni casi, parlando direttamente con la società organizzatrice dell’evento specifico, sono riuscita, alla fine, a risolvere il problema. Ma non è sempre accaduto. Con ovvie ricadute negative, non solo fisiche, ma anche psicologiche e serate rovinate per me e per l’accompagnatore di turno… Cosa suggeriresti di fare per “sensibilizzare” maggiormente anche le strutture che ospitano gli eventi? 

Il problema principale di tante strutture è che spesso ospitano eventi di diverso tipo. Ad esempio, stadi e palazzetti progettati per eventi sportivi, devono “cambiare volto” in caso di concerti e rivisitare i propri spazi. Questo può facilmente generare problemi, ma non è corretto che le esigenze degli spettatori con disabilità non vengano rispettate in ogni momento. Sicuramente potrebbe aiutare una maggiore sensibilizzazione del personale stabile o di staff ingaggiato appositamente per la gestione di grandi eventi. Ad esempio, associazioni e volontari potrebbero integrare l’organico di certe strutture e fornire una formazione basilare su come gestire il pubblico con disabilità. Spesso, anche solo piccoli accorgimenti possono fare la differenza, e un personale più consapevole e attento può anticipare le necessità del pubblico e gestire correttamente situazioni particolari.

Secondo te, sarà possibile, in un futuro non troppo lontano, garantire un’esperienza accettabile (che includa, magari, anche la possibilità di vivere il concerto insieme ad un gruppo di amici o in mezzo agli altri spettatori, anziché in aree riservate) a tutti coloro che hanno una qualsiasi disabilità (motoria, sensoriale, psichica) e che vogliano assistere ad un evento musicale?

Il tema dell’area riservata a persone con disabilità mi ha colpito molto perché, in base ai dati da me raccolti, rappresenta un considerevole motivo di scontro tra pubblico con disabilità e organizzatori. Da un lato, credo che tutti gli spettatori dovrebbero poter scegliere dove assistere al concerto e con quante e quali persone desiderano. Tuttavia, capisco l’obbligo degli organizzatori di garantire la sicurezza di tutto il pubblico in caso di emergenza e, dunque, la necessità di richiedere che gli spettatori con disabilità assistano allo spettacolo da un’area a loro riservata e controllata. Credo che la sicurezza debba avere la priorità su tutto, ma mi piacerebbe che ci fossero più posti riservati a persone con disabilità e ai loro accompagnatori, magari non in una sola area, ma in diversi settori (almeno per quanto riguarda le venue più grandi, in cui i posti riservati sono davvero limitati in confronto alla domanda effettiva di biglietti).

Non posso che concordare con te! Cosa sarebbe necessario, anche a livello culturale, per raggiungere questo risultato? 

Un grosso intoppo organizzativo all’accessibilità degli eventi musicali è l’interesse economico. Tuttavia, quello che ho scoperto durante le mie ricerche è che tante persone con disabilità sono disposte a pagare un prezzo equo in cambio di esperienze accessibili e vorrebbero che la gratuità fosse riservata solo all’accompagnatore. Credo che iniziare a considerare le persone con disabilità come un segmento di mercato potrebbe portare allo sviluppo di iniziative interessanti e in generale migliorare gli standard di accessibilità di spazi e servizi. Ovviamente, si potrebbero immaginare tante iniziative finanziabili da parte dello Stato per la sensibilizzazione verso il tema dell’accessibilità, ma io tendo sempre a ragionare dal “mio” punto di vista e, quindi, quello di aziende e operatori di servizi.

Da comunicatrice per professione, mi piace molto la tua idea di una campagna istituzionale che sensibilizzi sull’accessibilità degli eventi musicali: come la immagini?

Sarebbe molto bello se alcuni artisti volessero diventare testimonial di una campagna per sensibilizzare gli operatori del settore, ma anche il resto del pubblico, sulle difficoltà a cui devono far fronte spettatori disabili e accompagnatori. Vari studi, che ho esaminato per la mia tesi, dimostrano anche che avere la possibilità di svagarsi, dedicandosi alle proprie passioni senza troppe preoccupazioni, influisce positivamente sullo stato di salute complessivo, oltre a rendere più facile l’inserimento delle persone con disabilità nella società. In fondo, anche il divertimento fa parte della vita!

Grazie mille, Alice, per la tua tesi sull’accessibilità degli eventi musicali e per questa chiacchierata e in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri! 

Grazie a te e un saluto a tutti gli amici di Move@bility!

B&B Like Your Home: accessibilità e inclusione

Spesso, i grandi progetti nascono da un’intuizione casuale o da un incontro fortuito. È questo, per esempio, il caso di B&B Like Your Home, un bellissimo progetto incentrato sui concetti di accessibilità, inclusione e valorizzazione delle persone con disabilità fortemente voluto da Cetty Ummarino, una di quelle persone che, di fronte alle difficoltà, non si arrendono, ma cercano una soluzione e non si fermano finché non l’hanno trovata. Ho avuto il piacere di conoscere Cetty e di parlare con lei di questo progetto grazie a contatti comuni e voglio farlo conoscere anche a voi.

Che cos’è B&B Like Your Home?

È una rete di bed & breakfast adattati alle esigenze di tutti i turisti, compresi quelli con disabilità o con esigenze specifiche (ad esempio, i celiaci), gestita direttamente da persone con disabilità, coadiuvate dai familiari e dalle persone che le assistono e le seguono “affettivamente”. L’obiettivo non è solo quello di creare strutture ricettive che rispondano alle esigenze specifiche di turisti con disabilità, ma anche quello di valorizzare le abilità e le competenze delle persone con disabilità motoria, sensoriale o intellettiva nell’ambito del turismo e della ristorazione, favorendone anche l’inserimento nel mondo del lavoro, in genere alquanto ostica per loro. Ad oggi, questo network, unico nel suo genere in Italia, conta 15 strutture distribuite nelle province di Napoli e Salerno.

B&B Like Your Home

Com’è nata l’idea di B&B Like Your Home?

Come spesso accade, è nato tutto per caso. Io mi occupo di formazione in ambito turistico, erogando soprattutto formazione “sul campo” nelle zone interne della Campania, spesso meno pronte rispetto a quelle costiere a gestire efficacemente ristorazione e turismo in genere. In occasione di una trasferta di lavoro, ho conosciuto una ragazza con una grave disabilità motoria e mi sono resa conto che, per le persone nella sua condizione, spesso è difficile “andare verso il mondo”, a causa delle tante barriere architettoniche e culturali. Allora, mi sono resa conto che era necessario fare qualcosa di concreto per aiutarle, andando oltre il mero assistenzialismo, ma valorizzandone abilità e competenze.

Cetty Ummarino allo Startup Italian Open 2016

Cetty Ummarino allo Startup Italian Open 2016

Qual è la particolarità delle strutture che aderiscono al network di B&B Like Your Home”?

Si tratta di strutture nelle quali già vivono persone con una particolare disabilità e, quindi, già pronte a soddisfare le esigenze di chi vive una condizione analoga (per fare un esempio concreto, in un b&b gestito da una persona non vedente sarà normale trovare sveglie per non vedenti, così come in uno gestito da una persona con disabilità motoria ci saranno ausili e accorgimenti idonei), senza per questo escludere dall’accoglienza tutti gli altri turisti (inclusi i normodotati). In questo modo, si riesce a dare dignità al lavoro, ai ragazzi con disabilità e a ciò che fanno, visto che, oltre a gestire la struttura e preparare i pasti (seguendo il modello dell’home restaurant), producono artigianalmente e vendono manufatti. Ciò consente a questi ragazzi, in qualche maniera, di diventare anche ambasciatori del proprio territorio.

B&B Like Your Home

Quali sono i piani di B&B Like Your Home per il 2017?

Contiamo di estendere il network per coprire anche le province di Benevento, Avellino e Caserta, aprendoci anche agli over 60 e adattando il modello anche agli appartamenti turistici, in aggiunta ai bed & breakfast. Abbiamo anche in programma iniziative collaterali, per favorire l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità e l’incontro tra loro e le aziende presenti sul territorio.

Un progetto decisamente ambizioso, ma che -ne sono certa- continuerà a crescere. Anche perché la forza e l’energia di Cetty sono davvero contagiose!

La lista dei desideri “accessibili” 2016

10 agosto,  notte di San Lorenzo. Notte di stelle cadenti e di desideri espressi godendosi lo spettacolo.

Secondo la credenza popolare, affinché si realizzino, i desideri non vanno rivelati. E, infatti, non vi svelerò quelli che riguardano la mia sfera più privata (anche perché non ho la presunzione di pensare che interessino ad altri!).

Ma voglio comunque condividere con voi una lista di desideri “pubblici”, legati al tema portante di Move@bility: l’accessibilità in tutte le sue accezioni.

10 agosto - desideri

  1. Niente più barriere architettoniche,  almeno sui mezzi e nei luoghi pubblici (per cominciare!)
  2. Pieno riconoscimento della dignità delle persone disabili, al di là della patologia del singolo individuo
  3. Abbattimento delle barriere culturali di ogni genere, che ancora oggi creano muri laddove servirebbero ponti
  4. Pari opportunità effettive in tutti i campi per tutti: donne o uomini, normodotati o disabili, vecchi o giovani, alti o bassi, grassi o magri, belli o “tipi”… Tutti!
  5. Accesso più facile ad agevolazioni e servizi che facilitino l’accessibilità e la vita quotidiana
  6. Maggiore considerazione, disponibilità e sensibilità verso il prossimo, i suoi bisogni e le sue richieste di aiuto
  7. Supporto da parte di istituzioni e privati ad idee e progetti che promuovono l’accessibilità e l’inclusione di tutti
  8. Supporto alla ricerca scientifica perché possa progredire nello studio delle malattie e individuare cure efficaci
  9. Più abbracci, più libri, più musica e meno armi (ancora meglio, se sparissero del tutto!)
  10. Un mondo libero, aperto e davvero alla portata di tutti

Che dite? Desideri un tantino “impegnativi”, vero? Eh sì, come cantava John Lennon: “You may say I’m a dreamer”… Ma cerchiamo di essere ottimisti e vediamo quanti di essi si saranno realizzati (anche solo in parte) l’anno prossimo e in quelli a venire. Vi va?

PS. Aiutatemi ad allungare la lista dei desideri “accessibili” per questo 2016: aggiungete i vostri nei commenti qui sotto! 

Sessualità e disabili: un tabù che resiste

Le persone disabili fanno sesso o, semplicemente, sono interessate alla sessualità e ad una vita di coppia come quelle “normali”?  A guardare solo superficialmente la situazione, in Italia e non solo, la risposta a questa domanda sembrerebbe negativa. Ma, in realtà, le cose stanno in maniera “leggermente diversa”.

Lorella Ronconi

Lorella Ronconi (© Maria Vittoria Peccatori)

Ne parliamo con Lorella Ronconi, Cavaliere della Repubblica Italiana in virtù di una vita spesa in prima linea per l’affermazione e la difesa dei diritti delle persone disabili, incluso quello ad affettività e sessualità. Lorella, affetta lei stessa da una disabilità fisica fortemente invalidante, vanta un curriculum ricco di esperienze in associazioni, onlus, istituzioni locali, nella quali ha messo la propria caparbietà tipicamente toscana al servizio dei diritti di chi non ha voce, lottando per l’abbattimento delle barriere architettoniche e culturali che ancora condizionano la vita di milioni di disabili, in Italia e non solo.

– Ciao Lorella e grazie per la tua disponibilità a fare questa chiacchierata. Ti va di presentarti agli amici di Move@bility?

Ho 54 anni, sono toscana e, anche se dall’età di 2 anni convivo con una grave malattia genetica, sono sempre innamorata della vita. Grazie ai miei genitori e ad insegnanti “illuminati”, sono stata tra le prime persone disabili in Italia a frequentare le scuole “normali”.  Il mio carattere e la mia sensibilità verso gli altri mi hanno spinta da sempre ad impegnarmi in prima persona nel sociale. Tra le mie grandi passioni, l’arte, la poesia e il web, in particolare i social media, che considero strumenti essenziali per abbattere le barriere culturali che ancora oggi ghettizzano noi disabili.

– Veniamo subito all’argomento centrale di questo nostro incontro: disabili e sessualità. Perché questo tema è ancora tabù, nel 2016?

Alla base del tabù c’è la visione della persona disabile come “malata”, mentre la disabilità è, innanzitutto, una particolare condizione permanente (fisica o psichica). In genere, quando affronto quest’argomento in contesti pubblici, utilizzo quest’esempio: quando una persona è a letto con l’influenza, è difficile che venga considerata sessualmente desiderabile, ci si limita ad accudirla e curarla perché guarisca. Ecco, agli occhi di chi considera tabù l’accostamento tra disabili e sessualità, è come se noi disabili avessimo perennemente l’influenza: quindi, guai a considerarci sessualmente desiderabili o, men che meno, attivi!  Nella migliore delle ipotesi, ci considereranno eterni bambini, naturalmente privi di pulsioni e desideri sessuali.

– Per le donne disabili (lo sappiamo bene, in quanto entrambe parte della categoria), il tema è ancora più “sensibile”, perché risente dello stesso retaggio culturale che, per secoli, ha visto (e, in alcune culture, vede tuttora) la donna come “oggetto” e non “soggetto” di pulsioni sessuali. Ma è davvero così?

La differente concezione tra i due sessi nasce già tra i “normali”, come dicevi tu. Anche  quando parliamo di sessualità, il pensiero va quasi automaticamente all’uomo disabile, quasi che noi donne non avessimo quest’esigenza. Anche i media contribuiscono a rafforzare questa convinzione: sono ancora troppo pochi, per fare un esempio, i film nei quali la disabilità in tutte le sfaccettature è raccontata “al femminile”. Ma la pulsione sessuale non è una cosa legata al modo di camminare, vedere, sentire: è connaturata al nostro essere umani, senza differenze, se non di carattere “meccanico”, tra i due sessi, indipendentemente dall’eventuale presenza di disabilità.

– Secondo te, l’introduzione della figura dell’assistente sessuale è una soluzione efficace e, se sì, per entrambi i sessi? Risponde anche al naturalissimo bisogno di affettività, oltre a soddisfare delle pulsioni (anch’esse naturali, beninteso)?

Sia che si parli di disabili maschi o femmine, non è sufficiente limitarsi ad introdurre la figura dell’assistente sessuale, per rispondere con un tocco di bacchetta magica alle esigenze delle singole persone, a maggior ragione in una sfera così delicata come quella affettiva e sessuale. La mia impressione è che manchi un chiaro progetto, a livello Italia, su come “disegnare” questa figura, che, per com’è comunemente pensata, risponde sicuramente di più alle esigenze “meccaniche” maschili. Per la donna, il discorso è un po’ più complessa- anche a livello, per l’appunto, “meccanico”- oltre al maggior bisogno di un coinvolgimento affettivo. Sarebbe necessario istituire una figura professionale ben disegnata, che possa rispondere interamente alle esigenze “fisiologiche” ed affettive (a queste ultime risponde, per esempio, la “coccola-terapia”) dei vari disabili, maschi e femmine. Prima dell’assistente sessuale, bisogna formare figure professionali come assistenti sociali, consulenti, psicologi e psichiatri, in modo da dare loro anche una effettiva cognizione dell’esigenza dei disabili di soddisfare bisogni anche di natura sessuale ed affettiva e metterle in condizione di rispondere in maniera efficace  a tali legittime necessità. Invece, oggi, fin troppo spesso si “risolve il problema” prescrivendo pasticche di bromuro (che agiscono solo sull’inibizione della libido) o demandando tutto, ancora una volta, alle famiglie, con implicazioni psicologiche non di poco conto, per genitori che si trovano a dover soddisfare le esigenze “fisiologiche” dei figli anche in una sfera così intima e, quando chiedono aiuto o consigli, si trovano davanti persone impreparate a rispondere in modo efficace.

– Quanto conta la componente affettiva e sentimentale, nella vita sessuale di una persona disabile (indipendentemente dal sesso)?

È essenziale, perché l’amore è vita, per tutti, disabili compresi.

– Immaginiamo una scena: due persone, una disabile e l’altra no, insieme, in atteggiamento, diciamo così, “molto affettuoso”. Nella stragrande maggioranza dei casi, la gente che le guarda pensa che si tratti di persone legate da un vincolo di amicizia, parentela o, al più, di malato/a e badante/assistente. Come convincere quelli che tu hai definito efficacemente “otturati di mente” che si tratta di una situazione del tutto normale?

Siamo in piena era della comunicazione, quindi usiamola! Servono tantissime campagne di sensibilizzazione anche sulla sessualità, aspetto centrale della vita dei disabili, come di tutte le persone. Bisogna “scioccare”, far toccare con mano (o con gli occhi) il fatto che la disabilità non è antitetica al sesso e alle logiche dell’attrazione, anche verso i  “normodotati”.

– Secondo te, cosa si può fare, a livello istituzionale e culturale, per promuovere una cultura di effettiva accettazione della disabilità come condizione non da compatire, ma da considerare assolutamente normale, abbattendo non solo le barriere architettoniche, ma anche (e innanzitutto) quelle culturali?

Metterci la faccia, far vedere che siamo persone e non animaletti malati da accudire. Poi, impegnarci a far rispettare la Convenzione dell’ONU sul diritto alle persone con disabilità (firmata dall’Italia nel 2009) e le leggi esistenti sull’abbattimento delle barriere architettoniche, attraverso lo stanziamento di risorse economiche adeguate. Ma, soprattutto, noi disabili dobbiamo “fare sistema” ed entrare in politica, impegnarci in prima persona, insieme, per arrivare ad un risultato. Solo in Italia, secondo le stime dell’ISTAT, ci sono più di 4 milioni di disabili, più i familiari: dobbiamo “fare rumore”. Non siamo “invisibili” e non dobbiamo esserlo, anche a livello di pubblicità e marketing: a quando un (o una) testimonial disabile nello spot di un brand “figo”?

Non vediamo l’ora! E chissà che… Stay tuned! 

Liebster Award 2016

L’avventura di Move@bility è iniziata da neanche due mesi, quindi è stata decisamente una sorpresa ricevere la nomination per il Liebster Award 2016, una bella iniziativa volta a promuovere i piccoli blog con meno di 200 follower. Grazie di cuore a È casa o mondo? e complimenti per il suo interessantissimo blog!

liebsterAward-2016

Ecco il regolamento da seguire una volta che si è ricevuta la nomination.

REGOLE:

  1. ringraziare per la nomination
  2. spiegare le regole
  3. scrivere 11 cose su di te
  4. rispondere alle 11 domande poste dal blogger che ti ha nominato
  5. nominare a tua volta per la Liebster Award 11 blogger con meno di 200 follower
  6. scrivere 11 domande per i blogger che hai nominato
  7. avvisare ciascuno della nomination ricevute

11 COSE SU DI ME:

  1. Toglietemi tutto, ma non la mia dignità!
  2. Comunicare è la mia passione, oltre che il mio mestiere
  3. Senza Internet resisto solo 24 ore…al massimo!
  4. Credo che i cani siano gli esseri più meravigliosi del mondo
  5. Il basket è una cosa molto, molto seria…quasi quanto la (mia) famiglia!
  6. Non c’è vita senza musica
  7. Leggere e viaggiare permettono di vivere migliaia di vite, oltre alla propria
  8. Non sopporto le ingiustizie, è più forte di me
  9. Mi fido di poche, selezionate persone
  10. Nella mia prossima vita, vorrei saper nuotare
  11. In una vita precedente, debbo essere stata una ballerina di tango

LE MIE RISPOSTE ALLE DOMANDE DI E’ CASA O MONDO?

  1. Qual è l’obiettivo del tuo blog? Diffondere un progetto che promuove l’accessibilità
  2. Come sta andando l’esperienza con il blog? È iniziata da poco, ma mi sta già dando qualche soddisfazione
  3. Una frase o un motto che ti rappresenta? La vita è tosta, ma io di più!
  4. Qual è il lato migliore di te? E in cosa sei diverso/a da tutti? Ho un mare di difetti, ma so mettermi nei panni degli altri, soprattutto di chi subisce un’ingiustizia. In cosa sono diversa? Forse l’avrete capito leggendo i post su questo sito!  
  5. Come ti vedi tra 1 anno? Con un sito…e qualcosa di più, per me e per gli altri.
  6. E tra 10 anni? Non amo fare progetti a così lunga scadenza. Diciamo viva…
  7. Quali lingue parli? Ti hanno aiutato a viaggiare? Italiano, inglese, spagnolo, portoghese e qualche frase in un po’ di altre. Certo che mi ha aiutata! 🙂
  8. C’è un luogo in cui sei stato/a e dove hai avuto la sensazione di essere a casa? Quale? Barcellona, ma non solo.
  9. Che cosa porti a casa da un viaggio? Metaforicamente parlando. Bella domanda! Emozioni, sensazioni, ricordi delle persone incontrate (non necessariamente conosciute).
  10. Quali sono i luoghi in cui devi assolutamente andare? Mi piacerebbe visitare Argentina e Brasile… ci sto lavorando!
  11. La cosa più divertente che ti sia capitata viaggiando? A causa di una frana, mi sono ritrovata su un treno regionale svizzero, a vagare per le Alpi, in mezzo a persone che parlavano solo in tedesco… ma sono arrivata comunque a destinazione sana e salva (parecchie ore dopo, però!)

LE MIE NOMINATION PER IL LIEBSTER AWARD 2016 SONO:

  1. Lorella Ronconi
  2. Chiarina around the world
  3. Opinionista per caso2
  4. Dream Out Loud
  5. Lemurinviaggio
  6. Lepasspartout2
  7. Destinazione mondo 20
  8. I’ll B right back
  9. Kamila Kara
  10. Mamme con stile
  11. My Serendipity

LE MIE 11 DOMANDE: 

  1. Perché hai aperto il tuo blog?
  2. Cosa consiglieresti a chi vuole fare la stessa cosa?
  3. La cosa più importante per te è?
  4. Cosa significa viaggiare, per te?
  5. Se dico “libertà”, cosa ti viene in mente?
  6. C’è un libro che ha segnato o cambiato la tua vita?
  7. Hai mai fatto un elenco di “cose da fare” prima di morire?
  8. Come ti vedi da qui a 5 anni?
  9. In quale epoca ti sarebbe piaciuto vivere?
  10. Se potessi realizzare, qui ed ora, un solo desiderio, quale sarebbe?
  11. Se ti proponessero un viaggio nello spazio, ma senza la certezza di tornare indietro, partiresti?

Grazie a tutti coloro che risponderanno a queste domande e in bocca al lupo coi vostri blog!