Scuola e disabilità, tra eccellenza e carenze croniche

Settembre: in questi giorni, si riaprono i cancelli delle scuole in tutte le regioni d’Italia e, tra gli studenti che si siedono tra i banchi, ci sono anche più di 235 mila disabili (circa il 3% del totale), pressoché equamente distribuiti tra scuola dell’infanzia, scuola primaria, secondaria di primo grado e istituti superiori. Ma la scuola è pronta ad accoglierli e seguirli in maniera tale da consentire loro di esercitare in pieno il diritto all’istruzione?

L’Italia è il Paese leader per l’inclusione scolastica dei disabili, al punto che, all’inizio del 2016, ha ricevuto un riconoscimento formale dall’ONU. In effetti, mentre persistono in Paesi come Spagna e Germania, da noi le “classi speciali” (veri e propri ghetti all’interno delle scuole “normali”, nei quali venivano confinati studenti con disabilità fisica o cognitiva e quanti  versavano in situazioni di disagio di altro tipo) sono, ormai (e fortunatamente!) un ricordo del passato, essendo state abolite nel 1977, quando vennero introdotti modelli didattici flessibili, volti a favorire l’integrazione tra tutti gli studenti, al di là delle loro specificità, ricorrendo, ove necessario, anche ad insegnanti specializzati. La legge 104/92 ha posto ulteriormente l’accento sull’importanza dell’integrazione degli studenti disabili di ogni ordine e grado nelle classi comuni.

scuola e disabilità

Anche in tema di rimozione delle barriere architettoniche molto è stato fatto, negli anni, con più dell’80% degli istituti con scale e servizi igienici adatti ai disabili fisici. Le cose vanno un po’ meno bene quando si guarda agli accorgimenti per i disabili sensoriali e all’accessibilità degli spazi interni ed esterni: solo il 30% delle scuole, infatti, è dotato di segnali visivi, acustici e tattili, mentre poco più del 40% dispone di percorsi facilmente accessibili.

Un altro capitolo non propriamente roseo è quello relativo alle figure preposte all’assistenza degli studenti con disabilità particolarmente gravi e agli insegnanti di sostegno, figure essenziali per garantire l’accesso alla didattica e l’inclusione degli studenti con disabilità cognitive. Ogni anno, puntualmente, infuriano le polemiche per il numero insufficiente a garantire assistenza adeguata a tutti gli studenti che ne hanno bisogno. Esistono, purtroppo, anche problematiche relative alla preparazione non sempre adeguata alle esigenze specifiche degli studenti a loro affidati. Senza contare che, se già di per sé quella dell’insegnante, più che una professione, è una vocazione (o una e propria “missione”, come la definiscono alcuni), ciò vale a maggior ragione per quelli che, in virtù del proprio ruolo specifico, debbono avere a che fare con studenti particolarmente problematici, non collaborativi: senza un’adeguata preparazione e se si vive quel ruolo come un modo come un altro per “portare a casa uno stipendio”,  è facile scoraggiarsi, abbandonare a se stessi gli studenti, col risultato di contribuire alla loro ghettizzazione, anziché all’inclusione nella scuola, che è l’anticamera irrinunciabile della piena e felice integrazione nella società.

Amsterdam: ecologica, trasgressiva…e accessibile!

Proseguiamo il nostro tour ideale dell’Europa accessibile facendo tappa ad Amsterdam, la capitale dei Paesi Bassi. Culturalmente vivace, attenta all’ambiente (basti pensare al gran numero di biciclette per le strade) e trasgressiva (provate a chiedere in giro le prima cose che associano alla città… a parte tulipani e zoccoli olandesi!), come la gran parte delle capitali nordeuropee, Amsterdam è decisamente all’avanguardia in materia di accessibilità, per tutti coloro che hanno difficoltà di movimento o esigenze “speciali” (non siate maliziosi!).

Raggiungere Amsterdam dall’Italia è semplice: in aereo, in poche ore si può arrivare all’aeroporto di Schipol, enorme ma decisamente alla portata di tutti i passeggeri, quanto ad accessibilità. Per raggiungere la città, potrete utilizzare il treno intercity che collega lo scalo al centro di Amsterdam, meglio se prenotando in anticipo l’eventuale assistenza, visto che, per salire a bordo, vanno superati tre gradini: potreste richiederla anche una volta arrivati, ma preparatevi ad aspettare…anche per ore! Se, invece, optate per il treno più lento, Sprinter, potrete fare a meno dell’assistenza, perché l’accesso è a livello del binario.

Amsterdam

Una volta arrivati, potrete tirare un sospiro di sollievo: anche se, per la maggior parte, le strade cittadine sono lastricate di mattoncini stretti, la città è decisamente a misura di persone a mobilità ridotta, con scivoli che agevolano la salita e la discesa dai marciapiedi e poche auto in circolazione (in compenso, come dicevo, abbondano le biciclette, ma anche le piste ciclabili). Anche i mezzi pubblici sono in larga parte accessibili: la rete metropolitana è provvista di ascensori e treni a livello della banchina; i nuovi tram dispongono di ingressi accessibili e, per ogni evenienza, di pedane estraibili alla bisogna dal conducente. Non tutti gli autobus, invece, sono ad oggi accessibili, ma molti hanno pedane estraibili per consentire l’accesso anche ai viaggiatori su sedia a rotelle. Ma Amsterdam è una “città d’acqua”, quindi sarebbe un peccato non fare un giro su uno dei caratteristici battelli, tutti pienamente accessibili. E c’è di più: se volete fare un giro in bicicletta, potrete farlo anche se utilizzate una sedia a rotelle, noleggiando una delle apposite biciclette speciali. Per organizzare al meglio i vostri tour cittadini, potete consultare il sito della locale azienda dei trasporti (disponibile anche in inglese).

Il modo più comodo (e conveniente) per visitare Amsterdam da turisti è la Amsterdam Card, richiedibile anche online, che consente non solo di utilizzare liberamente i trasporti pubblici, ma anche di accedere alle attrazioni e ai musei più importanti della città (in molti casi, per i turisti con disabilità e per gli accompagnatori, nonché per i bambini, usufruendo di sconti). La maggior parte dei musei e delle mete più ambite dai turisti è accessibile: dal Museo Van Gogh alla casa di Anna Frank (almeno nella parte rinnovata), fino alla Heineken Experience, praticamente ovunque avrete la possibilità di accedere senza troppe difficoltà. E lo stesso vale per la maggior parte dei ristoranti e dei negozi cittadini (qui trovate informazioni dettagliate sull’accessibilità di musei, trasporti e luoghi pubblici delle principali città olandesi).

Non vi resta che partire: buon viaggio!

PS. Ci siete stati e volete condividere informazioni con gli altri utenti del sito? Siete i benvenuti!

Teatro-terapia, per conoscersi ed esprimersi

Il teatro, da sempre, è visto come una sorta di “rito purificatore” (non per niente, Aristotele diceva che la finalità del teatro era, per l’appunto, la catarsi), una forma di psicoterapia, intesa come espressione dell’animo umano, con tutte le sfumature e le contraddizioni del caso. Proprio da questa considerazione nasce la teatro-terapia, un percorso di cura e crescita personale che si basa sulla messa in scena del proprio vissuto attraverso l’improvvisazione teatrale, coniugando recitazione (in primis, il celebre metodo Stanislavskij) e psicologia (da Winnicott a Freud e Jung).

Teatro-terapia

La teatro-terapia può essere applicata praticamente su tutti, dai bambini agli anziani, compresi i soggetti con disabilità psichica. Naturalmente, a seconda dei destinatari della terapia, cambiano le finalità della stessa: nel caso dei bambini, l’attenzione è posta prevalentemente sull’aspetto pedagogico, mentre, quando si applica a persone con disabilità, l’obiettivo è la riabilitazione. In generale, però, l’obiettivo principale di questa tecnica è l’armonizzazione del rapporto tra corpo, voce e mente, nella relazione con gli altri, con se stessi e con la propria creatività. Ma come funziona, concretamente?

Teatro-terapia bambini

Sotto la guida di un teatro-terapeuta, che è psicologo e teatrante specializzato che ha frequentato un apposito corso triennale, le persone vengono aiutate a dare voce ai propri vissuti, superando gradualmente eventuali blocchi per entrare in armonia con se stessi e con gli altri e socializzare, utilizzando il corpo, la voce e la mimica. Nel caso di soggetti nevrotici o border-line, il compito del terapeuta è quello di aiutarli a sviluppare il proprio io adulto. Nell’arco delle varie sedute che costituiscono il percorso di teatro-terapia, le persone conoscono meglio se stesse e gli altri, affrontano le proprie paure e fragilità, diventano consapevoli dei propri limiti, imparando a non giudicarsi e non giudicare, accettando se stesse e gli altri per come sono. Ciò è reso possibile anche dall’improvvisazione, che consente di esprimere con maggiore libertà i propri vissuti, protetti dal “fare finta” di essere qualcun altro.

teatro-terapia disabili

I percorsi di teatro-terapia si stanno diffondendo sempre di più, un po’ in tutta Italia. Per restare aggiornati su tutte le attività, potete consultare il sito della FIT (Federazione Italiana di Teatro-Terapia). Pronti ad andare in scena?

 

“La classe degli asini”: un film tv sull’inclusione

Non amo particolarmente fiction e dintorni, ma quando, ieri sera, mi sono sintonizzata su RaiUno per vedere “La classe degli asini” sono rimasta piacevolmente sorpresa. Per chi non l’avesse visto, questo film tv racconta la storia di una figura centrale nel processo d’inclusione scolastica degli studenti con disabilità: Mirella Antonione Casale, insegnante e madre lei stessa di una ragazzina resa gravemente disabile dall’encefalite virale. Grazie all’operato di questa coraggiosa donna e di altri suoi colleghi, si è giunti, nella seconda metà degli anni ’70, a superare, finalmente (almeno, sulla carta) le famigerate “classi speciali” o “differenziali”.

Nate ai tempi della riforma Gentile con l’obiettivo di garantire un’istruzione agli studenti in situazione di handicap, tali classi finivano spesso per diventare veri e propri “ghetti”, nei quali venivano letteralmente parcheggiati anche bambini senza alcun handicap, magari solo perché vivevano una situazione di disagio sociale o per il temperamento troppo “vivace”.  Un po’ ciò che accade ne “La classe degli asini”, dove Riccardo, un ragazzino meridionale con una famiglia disastrata, finisce per essere rinchiuso in una sorta di “convitto degli orrori” (dove i bambini subiscono ogni genere di violenza, fisica e psicologica) solo perché, nella Torino del boom economico, si esprime solo in dialetto e fatica a rispettare le regole. Mirella e il collega Felice (che ricorda un po’ il professor Keating de “L’attimo fuggente“) prendono a cuore il suo caso e fanno sì non solo che Riccardo possa lasciare il convitto, ma che vengano alla luce gli abusi lì perpetrati sui bambini. Inoltre, una volta diventata preside ed entrata in contatto con ANFFAS (l’Associazione delle Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale), s’impegna a far sì che i bambini con handicap e quelli prima “rifiutati” possano ricevere un’istruzione (e un trattamento a 360°) pari agli altri studenti. Anche grazie al suo contributo, nella realtà, si arrivò, nel 1977, attraverso la legge 517, all’abolizione delle “classi speciali” (che, tuttavia, sopravvissero ancora, di fatto anche se non di nome, per qualche anno, ma si sa che le barriere culturali sono dure da abbattere!) e all’inclusione degli studenti con disabilità nelle classi “normali”, con l’aiuto (ove necessario) di insegnanti di sostegno.

"La classe degli asini" - cast

Il cast del film – Foto ©Fabrizio Di Giulio/ Ufficio Stampa RAI

La classe degli asini” riesce ad affrontare un tema difficile in modo straordinario, senza insistere su pietismo ed emotività, anche grazie alle interpretazioni non solo di Vanessa Incontrada (Mirella) e Flavio Insinna (Felice), ma anche dei giovanissimi (e bravissimi) Giovanni D’Aleo (Riccardo) e Aurora Giovinazzo (Flavia). Come dice Mirella stessa nel film, riferendosi ad un piccolo-grande progresso compiuto da Flavia grazie all’aiuto di Riccardo:

“Si può accendere una lampadina […] Per accenderla, ci vuole qualcuno che prema quel pulsante.”

“Io viaggio ovunque”: muoversi in Lombardia

Siete residenti in Lombardia e avete una disabilità o più di 65 anni d’età? Potreste aver diritto ad usufruire di una tariffa agevolata per l’acquisto di “Io viaggio ovunque“, un abbonamento annuale su tessera magnetica, che consente di accedere senza ulteriori costi a tutti i mezzi di trasporto pubblico regionali e locali (compresi treni e metropolitane). Decisamente utile, soprattutto per chi, per lavoro, per studio o per piacere, si sposta quotidianamente o molto spesso.

COSTI E REQUISITI

Se avete una disabilità riconosciuta o un’età superiore ai 65 anni d’età, potreste avere diritto ad acquistare la tessera ad una tariffa particolarmente conveniente (IVOL Agevolata). Ecco i costi delle tre fasce di agevolazione e i requisiti per rientrarvi:

1° FASCIA – € 10,00/anno

  • Invalido/a di guerra e di servizio dalla 1^ alla 5^ categoria
  • Deportato/a nei campi di sterminio nazisti, con invalidità dalla 1^ alla 5^ categoria, oppure con invalidità civile non inferiore al 67%
  • Invalido/a a causa di atti di terrorismo o vittima della criminalità organizzata dalla 1^ alla 5^ categoria o corrispondente percentuale di menomazione della capacità lavorativa
  • Privo/a di vista per cecità totale (art. 2 L. 138/2001)
  • Privo/a di vista per cecità parziale (art. 3 L. 138/2001)
  • Ipovedente grave (art. 4 L. 138/2001)
  • Sordo/a (art. 1 L. 381/1970)
  • Invalido/a civile al 100%
  • Minore invalido ai sensi della normativa vigente
  • Inabile e invalido/a del lavoro con grado di invalidità a partire dall’80% (verbale INAIL)
  • Vittima del dovere con invalidità permanente non inferiore all’80%
  • Profugo/a da territori esteri in seguito a situazioni di carattere generale che hanno determinato lo stato di necessità al rimpatrio, che versa in stato di bisogno (art. 1, n. 4, L. 763/1981)

2° FASCIA – € 80,00/ANNO

  • Invalido/a di guerra e di servizio dalla 6^ alla 8^ categoria, con ISEE fino a 16.500 €
  • Invalido/a per causa di atti di terrorismo o vittima della criminalità organizzata dalla 6^ alla 8^ categoria o corrispondente percentuale di menomazione della capacità lavorativa, con ISEE fino a 16.500 €
  • Invalido/a civile dal 67% al 99%, con ISEE fino a 16.500 €
  • Inabile e invalido/a del lavoro dal 67% al 79%, con ISEE fino a 16.500 €
  • Persona di età superiore ai 65 anni, con ISEE fino a 12.500 €

3° FASCIA – € 699,00/ANNO

  • Persona di età superiore ai 65 anni (senza alcun limite di reddito ISEE)

"Io viaggio ovunque"

come richiederla

La tessera “Io viaggio ovunque” agevolata può essere richiesta in uno dei seguenti modi:

  1. scaricando i moduli dal sito Trasporti Regione Lombardia
  2. utilizzando i moduli cartacei disponibili negli uffici postali della Lombardia o agli sportelli di SpazioRegione presenti nelle varie province
  3. direttamente sul sito internet dedicato, usufruendo, in questo caso, di tempi più brevi per l’esame della documentazione

Se si utilizzano i moduli cartacei, bisogna compilarli in ogni parte, allegare la documentazione richiesta (ad esempio, copia del documento d’identità) e consegnarli o inviarli allo sportello SpazioRegione più vicino.

Se, invece, si opta per la terza opzione, bisogna rispondere alle domande che vengono presentate a schermo (allo scopo d’individuare la fascia di agevolazione corretta) ed inviare direttamente online la domanda (firmata digitalmente se si dispone dell’apposito software o stampata, firmata e scansionata), allegando la scansione del proprio documento d’identità.

tessera IVOLLa richiesta e la documentazione vengono analizzate e, se vengono riconosciuti i requisiti, entro 40 giorni dal ricevimento della domanda, viene spedito per posta al richiedente il bollettino per effettuare il pagamento della quota (da pagare esclusivamente agli sportelli di Poste Italiane). Fatto quello, entro 45 giorni, la tessera viene inviata direttamente al domicilio della persona che l’ha richiesta. Nel frattempo, è possibile viaggiare esibendo la ricevuta e un documento di riconoscimento valido. Se la tessera non arriva entro 45 giorni dal pagamento, è necessario contattare la Regione Lombardia al numero verde  800.318.318 o recandosi di persona presso i suoi uffici, per non incorrere in sanzioni.

Se la richiesta viene rigettata o la documentazione presentata risulta incompleta o insufficiente, il richiedente riceverà una comunicazione che dettaglierà le ragioni del rigetto o la documentazione da integrare entro i tempi indicati.

COME attiVARLA

La tessera va attivata, così come avviene per i normali abbonamenti urbani, utilizzando i totem ATM presenti nelle stazioni della metropolitana o nei parcometri di Milano o, ancora, le biglietterie e le convalidatrici delle stazioni di TreNord.

COME RINNOVARLA

La tessera “Io viaggio ovunque” ha una durata annuale. Poco prima di un mese dalla scadenza, la Regione invierà a chi manterrà i requisiti tutta la documentazione necessaria al rinnovo.

E se, nel frattempo, cambiasse qualcosa nei requisiti o nei dati anagrafici comunicati? Se la variazione riguarda il passaggio da una categoria all’altra, va presentata una nuova domanda. In tutti gli altri casi, invece, è sufficiente comunicare, via fax o di persona, le variazioni all’ufficio sportelloRegione più vicino.

Tutto chiaro? Buon viaggio!

Permessi legge 104/92: conciliare lavoro e cure

L’abbiamo ribadito più volte: avere una disabilità non pregiudica la possibilità di trovare e svolgere con efficienza un lavoro. Certo, spesso la persona affetta da disabilità grave ha bisogno di terapie continuative, non sempre conciliabili con gli orari di lavoro. Ma, per fortuna, anche in questo caso, viene in aiuto la legge 104/92. Infatti, tra le varie misure volte a garantire l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, rientrano i permessi che spettano sia a chi è affetto da disabilità grave che a coloro che assistono un familiare in condizioni di grave disabilità.

di cosa si tratta?

Si tratta di un monte ore mensile, fruibile in giorni (per un massimo di 3 al mese, anche frazionabili in ore) o in ore (1 o 2 al giorno, a seconda dell’orario di lavoro), regolarmente retribuito dall’INPS, che consente al lavoratore, se disabile, di sottoporsi alle terapie necessarie, e, se parente di un disabile, di assisterlo adeguatamente.

Permessi legge 104/92

a chi spettano i permessi?

I permessi previsti dalla legge 104/92 spettano ai lavoratori dipendenti con disabilità grave o che abbiano familiari (entro il 3° grado di parentela) in stato di disabilità grave, esclusi coloro che lavorano a domicilio.

come beneficiarne?

Per beneficiare dei permessi previsti dalla legge 104/92, è innanzitutto necessario che l’apposita commissione medica accerti lo stato di disabilità grave del lavoratore disabile (o del disabile congiunto del lavoratore dipendente che li richiede). Si tratta di un accertamento ulteriore rispetto a quello di “normale” disabilità, per il quale va inoltrata apposita domanda, corredata da un certificato telematico stilato dal proprio medico di base per attestare lo stato di disabilità grave del disabile interessato, attraverso il sito Internet dell’INPS.

  • Utilizzando PIN e codice fiscale, accedere all’area relativa ai Servizi al cittadino e selezionare “Invalidità civile: invio domanda di riconoscimento dei requisiti sanitari” e, quindi, “Acquisizione richiesta“.
  • Compilare il modulo online coi dati richiesti, selezionando le voci “Riconoscimento” e “Portatore di handicap” nella sezione immediatamente successiva a quella dei dati anagrafici.
  • Indicare il codice identificativo del certificato redatto dal medico di base.
  • Specificare la modalità di fruizione dei permessi preferita e la data di fine (in genere, la domanda va ripresentata a cadenza annuale).
  • Inviare la domanda al sistema e attendere la convocazione da parte della commissione medica.

Dal momento dell’invio della domanda, è possibile usufruire dei permessi. Qualora, in seguito alla visita, la richiesta dovesse essere rigettata, il datore di lavoro detrarrà le ore godute dal lavoratore dalla sua retribuzione (o dal monte ferie, a seconda degli accordi).

Se, invece, la richiesta dei permessi relativi alla legge 104/92 viene accolta, sia il lavoratore che il datore di lavoro ricevono relativa comunicazione dall’INPS, con l’indicazione della validità della concessione.

Se il lavoratore che usufruisce dei permessi della legge 104/92 cambia azienda, per continuare a goderne, dovrà ripresentare la domanda una volta iniziato il nuovo rapporto di lavoro dipendente.

Buon lavoro!

Relazione conclusiva: cos’è e come ottenerla

La relazione conclusiva rientra tra i documenti necessari per inserirsi nelle liste del  collocamento mirato delle persone con disabilità. Prevista dal D.P.C.M. del 13 gennaio 2000, è un certificato privo di dati sensibili e redatto dalla Commissione Medica Integrata della ASL, che riporta la diagnosi funzionale e fornisce indicazioni sulle mansioni che la persona con disabilità è idonea a svolgere.

Relazione conclusiva

La relazione conclusiva non è necessariamente richiesta dalle aziende private che assumano persone con disabilità, ma è comunque utile farsela rilasciare, per ogni evenienza. Anche perché la procedura per richiederla, oggi, è molto semplice.

  1. Se si è già in possesso del PIN dell’INPS, è sufficiente accedere all’area “Servizi online” del sito e selezionare Servizi per il cittadino e, quindi, Invalidità Civile: Invio Domanda di Riconoscimento dei Requisiti sanitari.
  2. Dopo aver inserito codice fiscale e PIN INPS, si accede all’area dalla quale  presentare la domanda comodamente online, cliccando su Acquisizione Richiesta.
  3. Nelle schermate che seguiranno, vanno inseriti i propri dati anagrafici e, se la propria invalidità è già stata accertata e si vuole semplicemente godere del riconoscimento dei benefici della legge relativa al collocamento mirato, basta selezionare, rispettivamente Riconoscimento e Collocamento mirato.
  4. Una volta terminato di compilare la domanda e inviata al sistema, se ne visualizzeranno copia e ricevuta, entrambe in formato PDF: è consigliabile salvare entrambi i documenti sul computer, per eventuali verifiche o richieste d’informazioni.
  5. Accedendo al sito INPS, inoltre, sarà possibile verificare lo status della domanda, eventuali appuntamenti fissati, etc.
  6. Dopo qualche settimana, si riceverà tramite raccomandata la convocazione per le due visite necessarie per il rilascio della relazione conclusiva: la prima consiste in un colloquio con uno dei componenti della commissione medica, per conoscere la persona, la sua situazione formativa e lavorativa, le sue abitudini e condizioni di vita.
  7. Le informazioni raccolte durante il colloquio saranno utili alla commissione medica per gestire meglio la visita successiva, dopo la quale sarà effettivamente stilata la relazione conclusiva, che arriverà al richiedente entro 4 mesi dalla visita.

Una volta ottenuta la relazione conclusiva, ne va consegnata una copia al datore di lavoro (se l’ha richiesta) e una al Centro per l’Impiego, che provvederà ad aggiungerla al fascicolo relativo al lavoratore disabile iscritto al collocamento mirato.

Barriere architettoniche e culturali: basta!

Il più grande ostacolo all’effettiva inclusione di tutti, indipendentemente dalla loro condizione specifica, è l’esistenza delle barriere, architettoniche e culturali, che, nonostante gli innegabili e numerosi passi avanti fatti nel corso degli anni, pesano ancora notevolmente sulla vita di molte persone.

Chiunque si sia trovato, anche solo temporaneamente, a fare i conti con una disabilità fisica o sensoriale, ma anche anziani e genitori di bimbi piccoli sanno quanto spesso capiti, nel corso della giornata, d’imbattersi in ostacoli sul proprio cammino: assenza di scivoli (o presenza di scivoli inadeguati), veicoli lasciati davanti agli scivoli esistenti, scalinate o gradini singoli senza corrimano, mancanza di ingressi accessibili a negozi, punti di ritrovo o (peggio) uffici pubblici, ascensori (quando ci sono) in perenne manutenzione o sporchi e maleodoranti, mezzi pubblici accessibili solo sulla carta, e via discorrendo. La lista delle barriere architettoniche è, virtualmente, infinita.

barriere

Eppure, la legge parla chiaro, fin dalla Costituzione della Repubblica Italiana, il cui articolo 3 dice:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando, di fatto, le libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana  e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese

Nel corso degli anni, numerosi altri provvedimenti hanno sancito la necessità e l’obbligatorietà, per enti pubblici ed esercizi commerciali privati, di fare tutto il possibile per rimuovere le barriere architettoniche.

La Legge 13/89 regolamenta anche la rimozione delle barriere architettoniche negli edifici privati, prevedendo agevolazioni e contributi per l’accessibilità degli stabili nei quali risiedano persone con menomazioni o limitazioni funzionali permanenti. La detrazione dell’aliquota Irpef per tali opere è pari al:

  • 50%, da calcolare su un importo massimo di 96.000 euro, se la spesa è sostenuta tra il 26 giugno 2012 e il 31 dicembre 2016;
  • 36%, da calcolare su un importo massimo di 48.000 euro, per le spese effettuate dal 1° gennaio 2017.

Rientrano tra le opere soggette a detrazione, per esempio: la realizzazione di un ascensore esterno (in uno stabile nel quale non sia possibile realizzarne uno interno), montascale o rampe per l’accesso allo stabile e all’unità abitativa della persona interessata.

Ma la strada da percorrere per l’effettiva e piena accessibilità delle nostre città è ancora lunga e piena di barriere, in primo luogo culturali.

In questi giorni, impazza sui social network la notizia dell’utente della nota piattaforma TripAdvisor che ha pubblicato una recensione negativa su un villaggio vacanze abruzzese, solo perché quest’ultimo aveva ospitato una comitiva di disabili che, a detta dell’utente, avevano “turbato” la serenità della vacanza sua e dei figli.

E questo è solo un esempio di ordinaria intolleranza nei confronti di chi, per qualsiasi ragione, è “diverso”.  Solo superando tali barriere culturali e riconoscendo l’utilità del confronto con tutti gli altri (disabili gravi inclusi) per lo sviluppo della società sarà possibile abbattere efficacemente gli ostacoli fisici e realizzare la totale accessibilità.

Lisbona, sorprendentemente accessibile

Se Barcellona occupa il primo posto tra le mie “città del cuore”, Lisbona, la capitale portoghese, la segue a pochissima distanza. L’ho visitata anni fa e sono rimasta letteralmente incantata dalla sua magia e dai paesaggi mozzafiato, nonché dalla cordialità della popolazione locale.

Certo, pensando a Lisbona, con le sue stradine strette, ripide, piene di ciottoli e, spesso, prive di marciapiedi, l’ultima cosa che le si assocerebbe è l’idea di accessibilità per chi ha difficoltà motorie dovute a disabilità, età o altro.

Eppure, negli ultimi anni, anche il Portogallo s’è impegnato molto per rendere accessibili ai turisti e, soprattutto, ai cittadini questa ed altre città. Certo, non si può cambiare l’orografia, ma si sta agendo laddove si può, a partire dalla rete dei trasporti pubblici. Oltre alla gran parte dei mezzi di superficie (incluso l’imperdibile tram 28) dotati di pedana per l’accesso di persone con difficoltà motorie, Lisbona ha una delle reti metropolitane più accessibili d’Europa (per fortuna, visto che per arrivare dall’ingresso ai binari sarebbe spesso necessario scendere parecchie rampe di scale…).

“Non ci sono per me fiori che siano pari al cromatismo di Lisbona sotto il sole” 

Fernando Pessoa

Quanto a monumenti ed attrazioni, certo, se si è costretti ad utilizzare una sedia a rotelle, magari sarà difficile visitare il caratteristico quartiere dell’Alfama, ma a Lisbona c’è anche molto altro da vedere!

  • Il Castelo de São Jorge, non proprio accessibilissimo per chi ha qualche difficoltà motoria, prevede percorsi ad hoc (e vari punti di riposo per riprendere fiato), nonché la possibilità di accedere con cani-guida per i non vedenti.
  • Le cose vanno meglio in un’altra delle “tappe obbligate” per chiunque si rechi a Lisbona: il quartiere di Belém,  totalmente pianeggiante e ben pavimentato, col suggestivo Mosteiro dos Jeronimos, dove la chiesa e la parte bassa del chiostro sono totalmente accessibili ed è disponibile un percorso tattile per non vedenti. E, già che ci siete, vorrete mica perdervi una capatina alla Confeiteria de Belém per gustare uno dei simboli della (buonissima!) pasticceria portoghese, i pastéis de nata (letteralmente, “paste di panna”)? Giammai!
  • Un’altra parte della città totalmente accessibile è l’area in cui si tenne l’Expo ‘98, l’esposizione universale per la quale fu costruito il quartiere del Parque das Nações, bonificando una vecchia discarica sul Tago. Qui ci si può perdere tra giardini, bar, musei (tutti accessibili al 100%) e visitare l’Oceanário, il più grande acquario d’Europa.
  • Anche buona parte del centro può essere visitata senza troppi problemi: dal Campo de Ourique, con le sue architetture liberty, alla trafficatissima Praça Marquês de Pombal, per arrivare all’Avenida Libertade e al Parco Eduardo VII.
  • Volete scattare foto mozzafiato del panorama della città? Andate al Miradouro da Graça, totalmente accessibile 24 ore su 24.
  • Ma non si può lasciare Lisbona senza aver fatto almeno altre due cose: una capatina alla Casa di Fernando Pessoa, il poeta  e scrittore simbolo del Portogallo, nonché autore di una delle più belle guide sulla città, e una serata sulle note del fado, il canto del popolo portoghese che ha avuto in Amália Rodrigues l’interprete più celebre, che potete ascoltare dal vivo in moltissimi locali e ristoranti della città.

Vi è venuta voglia di visitare questa bellissima città? Tenete d’occhio il sito Portugal Acessível dell’Associação Salvador, una vera e propria “directory” dei luoghi accessibili in tutto il Portogallo, costantemente aggiornato anche grazie al contributo degli utenti…e attenti alla saudade!

Lisbona - Belem

Lisbona, Belém

Dance, dance, dance: alla scoperta della danceability

Si può ballare, se si ha una disabilità motoria? D’istinto, verrebbe da rispondere no. Ma la realtà è, fortunatamente, diversa.

Era il 1987 quando due coreografi statunitensi, Alito Alessi e Karen Nelson, creavano la danceability, un metodo di danza basato sul principio per cui tutti, disabili compresi, hanno la possibilità e il diritto di esprimere la propria verve artistica anche nella danza. Come? Basta trovare il metodo adeguato alle possibilità di ciascuno.

A distanza di quasi 30 anni, il metodo ideato dai due coreografi ne ha fatta di strada. Oggi, Alessi è il promotore di DanceAbility® International, un’organizzazione che si pone come obiettivo quello di promuovere il metodo, e la filosofia sulla quale si fonda, in tutto il mondo (Italia compresa!), con workshop, corsi e spettacoli.

danceability

Ma a chi è destinata la danceability? Solo disabili (motori, psichici o sensoriali che siano)? No, tutt’altro! Durante le lezioni, viene incoraggiata l’interazione continua tra disabili e normodotati, nella libera espressione consentita dalla danza. Non ci sono schemi, né passi giusti o sbagliati, né regole rigide: sta alla creatività e alla fantasia di ciascuno inventare la coreografia che gl’ispira la musica, secondo le proprie capacità e possibilità.

Inoltre, questo metodo si rivela particolarmente utile anche per coloro che lavorano direttamente con persone disabili, perché consente di apprendere metodologie efficaci per stabilire un contatto più diretto ed efficace con loro.

Senza contare che, non “ghettizzando” le persone disabili in “lezioni dedicate”, ma mischiandole ai cosiddetti “normodotati”, la danceability riesce là dove, molte volte, si arenano molte buone intenzioni: favorire e creare, attraverso l’esperienza della danza, l’effettiva integrazione delle persone con disabilità (che sono, per l’appunto, persone, prima che patologie), sovvertendo e, spesso, demolendo i pregiudizi e i preconcetti- ancora fin troppo diffusi e radicati- che circondano disabilità e dintorni.

Allora, che ne dite: ci lanciamo in pista?