“Tutti in piedi”, un racconto insolito di amore e disabilità

È uscito da pochi giorni, nelle sale italiane, “Tutti in piedi“, una commedia francese che affronta in termini insoliti un tema che è stato spesso trattato dal cinema, soprattutto negli ultimi anni: amore e disabilità.

Cosa c’è di insolito in “Tutti in piedi”? Innanzitutto, che i ruoli, in qualche modo, si rovesciano. Jocelyn, il protagonista maschile, è il classico dongiovanni impenitente, che cerca di conquistare qualsiasi donna gli capiti sotto il naso. E proprio questo suo istinto “cacciatore” lo porta a conoscere Florence, una donna affascinante e dalla vita molto attiva, raffinata musicista e campionessa di tennis, che, a causa di una disabilità motoria, si muove con una sedia a rotelle. Lui ne rimane immediatamente colpito e, per una serie di equivoci (la sorella di Florence, vicina di casa della defunta madre di Jocelyn, vedendolo seduto sulla sedia a rotelle della madre, pensa che anche lui abbia una disabilità motoria), finisce per sentirsi costretto a portare avanti la finzione, nel timore di non essere più accettato da Florence, se dovesse mostrarsi per quello che è.

"Tutti in piedi"

Una scena di “Tutti in piedi”

Proprio questo rappresenta, per molti versi, un elemento “nuovo” nel racconto delle dinamiche  “standard” tra persone con disabilità e normodotate: non è Florence a sentirsi inadeguata a causa della propria condizione, ma Jocelyn, che teme di non piacerle più se dovesse scoprire la verità sul suo conto.

Il regista di “Tutti in piedi”, Franc Dubosc, che interpreta anche il ruolo di Jocelyn, ha dichiarato che l’idea di realizzare un film che parlasse di disabilità gli è venuta dall’esperienza della madre, che, anziana, si ritrovò a non poter più camminare con le proprie gambe e a dover fare i conti con le tante barriere architettoniche (e non solo), alle quali, fino a quel momento, né lei né i familiari avevano fatto caso più di tanto. Da quell’esperienza è nata, per il regista, una consapevolezza nuova e una crescente curiosità verso la vita quotidiana delle persone con disabilità, inclusi gli aspetti relazionali. Durante la realizzazione del film, si è reso conto che, col tempo, i timori iniziali di urtare la sensibilità delle persone con disabilità si dissipavano, man mano che continuava a girare. Così, è giunto alla conclusione che, in definitiva, non servono particolari cautele per interagire (anche con finalità sentimentali) con una persona con disabilità: basta ricordarsi di avere davanti una persona, anziché una patologia o una condizione.

“Ciak si aggira”:evitare le barriere architettoniche è un gioco

Tutti noi sappiamo quanto numerose siano le barriere architettoniche che, quotidianamente, si trova a dover affrontare chi ha una disabilità, ma anche chi va in giro per le nostre città con bambini piccoli o bagagli ingombranti. Molte di queste barriere sono frutto di noncuranza o sbadataggine (per esempio, le auto parcheggiate davanti agli scivoli che consentono l’accesso a chi si muove con una sedia a rotelle). Come sensibilizzare la collettività a “mettersi nei panni degli altri” e, di riflesso, le amministrazioni (locali e nazionali) a progettare spazi realmente “accessibili”? Un modo può essere, per esempio, partire dai bambini, abituandoli a questo atteggiamento mentale attraverso il gioco. Da questo spunto è nata l’idea di “Ciak si aggira“, un gioco da tavolo rivolto ai bambini dai 6 anni in su ideato da Ermio De Luca, ingegnere che convive con una disabilità e quindi conosce direttamente il problema.

Ciak si aggira

la storia

Protagonisti di “Ciak si aggira” sono sei bambini: Fabio, Giorgio, Mauro, Adele, Fanny e Marta, più la “guest star” Isotta, la sedia a rotelle che Fabio utilizza. I sei amici vivono insieme mille avventure e amano andare in giro per la città, a scoprire posti nuovi: ma riusciranno a farlo senza che le barriere architettoniche rovinino loro la festa?

Ciak si aggira - I sei amici e Isotta

come si gioca a “ciak si aggira”?

Il principio alla base di “Ciak si aggira” è quello del celeberrimo gioco dell’oca:  i giocatori, attraverso delle pedine, debbono spostarsi lungo il percorso tracciato sul tabellone, riconoscendo e, per l’appunto, aggirando le barriere architettoniche che incontrano, imparando a conoscere anche gli effetti che tali ostacoli hanno sulla mobilità di chi utilizza sedie a rotelle o ausili per camminare.

Il gioco è edito da La Macina Onlus, costa € 19,50 e si può richiedere inviando una mail a emailtowork@libero.it. Se state cercando un’idea-regalo divertente, ma anche utile ed intelligente per i vostri bambini, approfittatene!

“La forma dell’acqua”: una favola sulle diversità

Se siete tra quelli (pochi) che non l’hanno ancora visto, spero di convincervi ad andare subito al cinema! Perché “La forma dell’acqua“, il film di Guillermo del Toro vincitore del Leone d’Oro alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 2017 e di quattro Oscar solo un paio di mesi fa, racconta una storia difficile da dimenticare, che tocca le corde più profonde del cuore.

“La forma dell’acqua” è una favola ambientata nella Baltimora dei primi anni ’60, in piena guerra fredda. I protagonisti rappresentano varie diversità: Elisa, orfana resa muta dalla recisione delle corde vocali subita da bambina; Zelda, sua collega, afroamericana e addetta alle pulizie, come Elisa; Giles, l’anziano disegnatore pubblicitario omosessuale coinquilino di Elisa, discriminato sul lavoro. E poi, ovviamente, lui, il Deus Brânquia, la “forma” cui fa riferimento il titolo del film (e del romanzo che costituisce l’altra parte del progetto), venerato come un dio dalle popolazioni dell’Amazzonia e catturato e portato in catene nel laboratorio governativo in cui lavorano Elisa e Zelda, per studiarlo allo scopo di contrastare la Russia. Esseri emarginati che, fatalmente, s’incontrano e finiscono per costituire un gruppo affiatato, per quanto all’apparenza bizzarro.

La forma dell'acqua - Elisa e il Deus Brânquia

Elisa, che è riuscita ad instaurare un rapporto di muta complicità con la creatura, decide di fare di tutto per salvarla da un destino apparentemente segnato e, con l’aiuto di Giles, Zelda e di uno degli scienziati del laboratorio (che, in realtà, è una spia russa in incognito), riesce a portarla in salvo nel proprio appartamento. Qui, i due finiscono per innamorarsi, ma, prima del lieto fine, dovranno ancora superare vari ostacoli, in un crescendo di tensione ed emozioni.

Il finale de “La forma dell’acqua” (che non vi svelerò) è decisamente “da favola”, un po’ come il registro complessivo del film. Ciò nonostante, questa pellicola riesce, con delicatezza e poesia, a lanciare un messaggio potentissimo, nella sua semplicità: al di là delle nostre differenze, siamo tutti uguali, in fondo, e tutti degni di essere trattati (ed amati) con rispetto ed umanità.

“Ascolta i miei passi”: l’autismo incontra il carcere

L’autismo è una malattia della quale, ancora oggi, si sa ben poco, sia per quanto riguarda le cause che, di conseguenza, quanto alla cura e, in generale, alle modalità più adatte per stabilire un contatto con chi ne è affetto. Le persone con autismo sono spesso vittime di pregiudizi e convinzioni errate (influenzate anche dal modo in cui questa condizione è stata spesso descritta dal cinema), nonché tenute in disparte perché “strane” (e, quindi, potenzialmente pericolose, secondo molti). Come capire l’universo di chi convive con l’autismo? Come creare vicinanza e dialogo? Il progetto “Ascolta i miei passi“, promosso dall’Associazione Ortica di Milano si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema, partendo dall’ascolto diretto dei protagonisti: le persone con autismo, che si raccontano a loro modo in brevi audio, consentendo così di conoscerne la quotidianità, il percorso di vita, i sogni, le speranze.

Ascolta i miei passi

In occasione della Settimana della Disabilità (dal 27 novembre al 2 dicembre), l’Associazione Ortica ha portato “Ascolta i miei passi” all’interno di un luogo che, nell’immaginario comune, rappresenta anch’esso un “mondo a parte”, nonostante si trovi nel cuore della città: il carcere di San Vittore. Grazie ad un accordo con la direzione del carcere, nei cinque incontri organizzati, i detenuti hanno potuto ascoltare in cuffia le storie raccontate direttamente dalle persone con autismo. Non solo: hanno anche avuto la possibilità di calarsi direttamente nella realtà delle persone narranti, indossandone simbolicamente le scarpe: quelle di bambini che hanno appena ricevuto la diagnosi, scarpe da ginnastica dell’adolescente che cammina cento mille volte avanti e indietro per scaricare l’ansia, o, ancora, le scarpe di un uomo che vorrebbe diventare protagonista della sua vita ma non ce la fa perché è vittima del pregiudizio.

Un tema, quello del pregiudizio, che accomuna persone con autismo- e persone con disabilità in genere- e persone detenute, in fondo. Basterebbe semplicemente conoscere da vicino queste realtà per rendersi conto che, in definitiva, le differenze sono molto meno marcate di quanto si creda. Ed è proprio questo il significato del nome scelto per il progetto “Ascolta i miei passi“. Come recita un proverbio dei nativi americani:

Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri la strada che ho percorso io. Vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie paure, le mie risate. Ricorda che ciascuno di noi ha la propria storia. Quando avrai vissuto la mia vita, potrai giudicarmi

“Vorrei ma non posso”: tra sogni e barriere

Verona: la città di Romeo e Giulietta, affascinante, ricca di arte, storia e magia.  Pensate che bello girare per le sue strade, assaporarne la bellezza, concedersi una pausa in un bar o fare shopping nei negozi del centro… Ma Verona è accessibile per chi ha problemi di mobilità? A questa domanda hanno provato a rispondere Alessia Bottone e Valentina Bazzani, rispettivamente autrice/regista e protagonista “seduta” del documentario “Vorrei ma non posso: quando le barriere architettoniche limitano i sogni“, che descrive una giornata di Valentina, giornalista con disabilità, in giro per la sua città, Verona per l’appunto, tra barriere architettoniche e non solo.

Vorrei ma non posso” è stato presentato a settembre e visto da migliaia di persone, me compresa. Visto che l’ho trovato decisamente interessante, ho deciso di mettermi in contatto con Alessia e Valentina per farmi raccontare direttamente da loro com’è nato questo interessante (ed utilissimo!) progetto.

-Com’è nata l’idea di “Vorrei ma non posso”? 

Alessia Bottone - "Vorrei ma non posso"

Alessia Bottone

ALESSIA – Mi occupo da tempo, anche per lavoro, di diritti umani ed esperienze familiari mi hanno portato ad essere  particolarmente sensibile a temi quali autonomia e accessibilità riferiti alle persone con disabilità. Due anni fa, ho presentato una bozza del documentario al premio per Giovani Giornalisti Massimiliano Goattin, ottenendo un finanziamento che mi ha consentito di passare all’azione. Nel frattempo, ero entrata in contatto, attraverso Facebook, con Valentina, leggendo un suo post sull’ennesima discriminazione in ambito lavorativo che lei aveva subito. Dal virtuale, siamo presto passate al reale (viviamo entrambe a Verona e questo ci ha facilitato le cose) e abbiamo iniziato a girare il documentario, con la collaborazione di Elettra Bertucco, che ha realizzato le riprese.

-Qual è stata la difficoltà più grossa che avete dovuto affrontare durante la realizzazione di “Vorrei ma non posso”? 

Valentina Bazzani - "Vorrei ma non posso"

Valentina Bazzani

VALENTINA – Barriere architettoniche di ogni tipo: dai gradini che, per chi come me si muove su una sedia a rotelle e ha un’autonomia molto limitata, rappresentano un limite spesso insuperabile, alla mancanza di scivoli sui marciapiedi o di pedane (anche rimovibili) per accedere a negozi ed esercizi pubblici. Per non parlare, all’interno dei negozi d’abbigliamento, della mancanza di camerini con porte scorrevoli, che, di fatto, obbligano chi è su una sedia a rotelle a provare i vestiti davanti a tutti, con buona pace della privacy… Ma, soprattutto, le barriere culturali: stereotipi e cliché sulle persone con disabilità sono ancora troppo radicati nel nostro Paese.  Il nostro sogno è quello di una vita alla pari, perciò a tutti vanno garantiti gli stessi diritti ed opportunità, perché ciascuno possa mostrare risorse, peculiarità e potenzialità. Purtroppo, in questo momento, non è così.

-Com’è stato accolto “Vorrei ma non posso”? Come reagiva la gente, mentre giravate?

A. – Durante le riprese, per non condizionarle, non abbiamo fatto riferimento al documentario con le persone coinvolte. Ovviamente, ne abbiamo pixelato i volti, per rispettarne la privacy. Per il documentario c’è stata un’accoglienza che, francamente, mi ha sorpresa: in genere, quando si affrontano questi temi, ci si ritrova (purtroppo) in pochi. Invece, sia durante la presentazione che in questi mesi, abbiamo notato un grande interesse verso il tema che abbiamo affrontato: segno che qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta? 

-Cosa manca ancora per raggiungere la piena accessibilità, vale a dire spazi urbani pensati per adattarsi alle esigenze di tutti i cittadini (inclusi quelli con disabilità motorie – su sedia a rotelle e non- o sensoriali)?

V. – In questo momento,  per arrivare alla piena accessibilità manca, da una parte, il buon senso anche durante la fase della progettazione, lo sforzo di pensare agli spazi anche nell’ottica delle persone con disabilità o, ove possibile, di coinvolgerle direttamente. Ma anche la volontà, da parte delle istituzioni, di creare ambienti veramente accessibili a tutti, almeno negli spazi pubblici. Molto è stato fatto, ma molto resta da fare. Come persone con disabilità, possiamo continuare a sensibilizzare e diventare “protagonisti attivi”, mostrando che, con il nostro impegno e le nostre risorse, possiamo fare una vita normale. Non è semplice, soprattutto quando, a causa della propria condizione, si dipende dall’aiuto altrui. Ma è necessario.

-Cos’è cambiato dopo l’uscita del documentario, a Verona? 

A. – Verona è stata una delle prime città italiane ad adottare il PEBA, il Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche. Certo, il passaggio dagli intenti all’applicazione pratica è più lento di quanto vorremmo e le ambiguità normative non aiutano: per esempio, il paradosso per cui, per dotare il proprio esercizio commerciale di pedana rimovibile si debba pagare una tassa per occupazione di suolo pubblico è, quanto meno, un controsenso, no?

-Quanto incidono le problematiche legate all’accessibilità sulla piena inclusione (sociale e lavorativa) delle persone con disabilità?

V. – Alle superiori, pur essendo più portata per le materie scientifiche, ho scelto un istituto tecnico perché era l’unico accessibile. Negli anni, le cose sono migliorate: la società è più inclusiva e c’è anche una crescente attenzione per gli spazi, perché siano accessibili e accoglienti. La difficoltà maggiore è ancora, prevalentemente, culturale: non è accettabile, nel 2017, che una persona con disabilità, professionista con un curriculum di tutto rispetto, sostenga infiniti colloqui e venga scartata solo a causa della propria disabilità! Tante sono state le battaglie per condurre una vita normale, studiare, laurearmi con il massimo dei voti, fare esperienze lavorative (a titolo gratuito) e poi mi vedo scartata? No, non ci sto. È veramente possibile una vita alla pari, piena e meravigliosa. Ma è necessario che istituzioni, associazioni facciano rete e facciano cultura, per creare una società veramente inclusiva.

presentazione di "Vorrei ma non posso"

Alessia e Valentina alla presentazione di “Vorrei ma non posso”

Grazie mille a queste due splendide donne per aver riacceso i riflettori su un tema per il quale non si fa ancora abbastanza per tradurre in pratica le intenzioni. Speriamo di vedere presto il sequel di “Vorrei ma non posso”. Magari, stavolta, dal titolo: “Vorrei…e posso!”

Stazioni ferroviarie più accessibili: l’impegno di RFI

Chiunque conviva quotidianamente con una disabilità di qualsiasi tipo e si trovi, per lavoro, studio o divertimento, a dover prendere il treno, sa quanto quest’esperienza possa rivelarsi ardua, nonostante la disponibilità di servizi di assistenza sia ormai garantita nella stragrande maggioranza delle stazioni ferroviarie italiane.

Stazioni - Milano Centrale

La Stazione Centrale di Milano

In occasione della  XV edizione della Giornata nazionale per l’abbattimento delle barriere architettoniche, svoltasi l’1 ottobre scorso, RFI (Rete Ferroviaria Italiana), in collaborazione con FIABA, onlus che lotta da anni per l’abbattimento delle barriere architettoniche, ha annunciato ufficialmente il proprio piano per migliorare l’accessibilità e la fruibilità delle proprie stazioni per tutti i passeggeri.

Tra gli interventi programmati:

  • l’innalzamento dei marciapiedi (55 cm dal piano dei binari) per facilitare l’entrata e l’uscita dai treni;
  • la riqualificazione dei sottopassaggi pedonali e la realizzazione di nuove rampe di accesso ai binari;
  • l’attivazione di ascensori;
  • l’installazione di percorsi e mappe tattili per non vedenti;
  • la realizzazione di nuove pensiline e la riqualificazione di quelle esistenti.
stazioni - Milano Centrale

La galleria della Stazione Centrale di Milano

Inoltre, saranno migliorati i sistemi di informazione al pubblico, sia audio che video, installando nuovi monitor e impianti di diffusione sonora e migliorando la segnaletica di stazione e l’illuminazione. Si prevedono interventi anche nelle aree di accesso alle stazioni, con la creazione di parcheggi auto, stalli per la sosta dei veicoli a due ruote e appositi sistemi per facilitare salita e discesa dei viaggiatori, senza bici in spalla. Non mancherà un maggiore ricorso alle tecnologie digitali, per migliorare la “user experience” di tutti i passeggeri, velocizzando l’accesso ai binari e la validazione del biglietto elettronico e rendendo più facile il reperimento d’informazioni in tempo reale sulla circolazione dei treni e non solo.

Le opere di rinnovamento e abbattimento delle barriere architettoniche riguarderanno, nel 2017, 50 stazioni ferroviarie distribuite su tutto il territorio nazionale e altrettante nel 2018. Basteranno a rendere, finalmente, più agevoli gli spostamenti in treno di tutti i passeggeri? Lo speriamo!

Qual è la vostra esperienza  in treno e nelle stazioni? Raccontatela nei commenti!

Disabilità e carriera: binomio impossibile?

Data la mia condizione di donna e lavoratrice con una disabilità fisica evidente, mi capita spesso di trovarmi di fronte a “muri” più o meno evidenti, quando si tratta di avere accesso non semplicemente ad un lavoro (cosa, di per sé, importantissima, come abbiamo più volte sottolineato anche qui, per la dignità e l’autonomia delle persone con disabilità), ma anche alla possibilità di fare carriera, come chiunque altro, in virtù delle esperienze maturate e delle competenze acquisite. Ma, il più delle volte, mi è toccato constatare (non senza una punta di amarezza) che, quando si parla di disabilità e carriera, c’è ancora moltissima strada da fare, soprattutto a livello culturale.

Gradualmente, anche sotto la “spinta” di sanzioni pecuniarie,  le aziende stanno iniziando ad accettare l’idea di avere tra i propri dipendenti anche persone con disabilità. Ma siamo onesti: guardando le opportunità di lavoro pubblicate sui vari portali specializzati, quante di quelle rivolte alle “categorie protette” si riferiscono a mansioni altamente qualificate e specializzate? Eppure, le persone con disabilità con alti livelli di scolarizzazione, esperienza professionale di rilievo e competenze avanzate non mancano. Perché, dunque, in Italia e non solo, è così difficile superare il pregiudizio secondo il quale, tutt’al più, la “categoria protetta” (soprattutto se ha una disabilità fisica evidente) può svolgere mansioni di basso livello, che, preferibilmente, non implichino il contatto con clienti di rilievo? Perché disabilità e carriera sembrano essere ancora incompatibili?

Sono molti i lavoratori con disabilità che, pur avendo un’occupazione, si trovano quotidianamente sottoposti a forme di discriminazione più o meno sottili, quando non a veri e propri ricatti. Molti, in questi mesi, hanno scritto in privato a Move@bility per raccontare le proprie difficoltà anche in tal senso (senza contare quanti sono ormai scoraggiati, dopo anni d’inutile ricerca di un posto di lavoro qualificato e commisurato alle loro competenze ed esperienze). E anche a me è capitato direttamente, durante il mio percorso professionale, di vedermi negare opportunità di carriera perché ritenute (a priori) “incompatibili con la mia disabilità”. Una persona con disabilità non può essere un leader credibile? 

Fa riflettere il fatto che, troppo spesso, anche le associazioni che, in teoria, difendono i diritti delle persone con disabilità, quando si fanno loro presenti episodi di discriminazione di questo tipo, rispondono, anche un po’ seccate, di “non fare troppe storie” e “pensare a chi un lavoro neanche ce l’ha”. È vero: la stragrande maggioranza delle persone con disabilità, ad oggi, è del tutto esclusa dal mondo del lavoro. Ma questa è forse una buona ragione per avvalorare, indirettamente, il fatto che disabilità e carriera siano, di fatto, considerate incompatibili?

Solo quando inizieremo, noi per primi, a superare questa visione assistenzialista e a pretendere, per tutti, l’effettiva parità di diritti (e doveri) e di possibilità di accesso ad opportunità di lavoro (e carriera) commisurate all’esperienza, alle competenze e, naturalmente, compatibili anche con la condizione di ciascun individuo potremo davvero parlare di progresso ed inclusione.

 

“Diversamente Amore”: operazione riuscita?

I concetti di “inclusione” e “accessibilità“, per come le intendo io, non si applicano soltanto agli spostamenti, all’eliminazione delle barriere architettoniche, all’accesso al lavoro. Tutti ambiti importantissimi, anzi fondamentali per una buona qualità della vita. Ma non è meno importante, come abbiamo avuto modo di sottolineare in varie occasioni, la possibilità di vivere pienamente anche un aspetto troppo spesso sottovalutato (quando non del tutto trascurato) della vita di tutte le persone, comprese quelle con una disabilità di qualsiasi tipo: l’affettività in tutte le sue sfaccettature. Proprio a questo tema è stata dedicata “Diversamente Amore“, la trasmissione tv trasmessa nei giorni scorsi su Rai2 (e, ancora per qualche giorno, visibile gratuitamente su Raiplay.it), condotta- o, meglio, raccontata- dalla campionessa paralimpica Bebe Vio.

Diversamente Amore

Diversamente Amore” è il racconto, fatto direttamente dalla viva voce dei protagonisti, delle storie d’amore di cinque coppie “diverse”, vale a dire con almeno uno dei componenti affetto da una qualche forma di disabilità. Dal racconto della quotidianità delle coppie emerge, sostanzialmente, un messaggio di fondo: al di là delle condizioni specifiche delle persone (e delle esigenze particolari che ne derivano), una persona con disabilità (di qualsiasi tipo) può amare ed essere amata esattamente come chiunque altro. Le limitazioni imposte dalla condizione di disabilità non implicano , di per sé, l’impossibilità di amare, né, men che meno, quella di essere amate… anche da persone perfettamente “normali”.

Bella idea, quella alla base di “Diversamente Amore“, sicuramente. In un contesto sociale nel quale, nonostante i progressi fatti negli ultimi decenni, è ancora la norma, per le persone con una disabilità visibile, sentirsi “gli occhi addosso” (e non certo per ammirazione…), essere considerate, alternativamente, “sventurate” da compatire (quando non da evitare o, in casi estremi, su cui accanirsi e sfogare gli istinti più beceri, come ci ricordano vari tristissimi episodi di cronaca) o “eroine” delle quali esaltare il “coraggio” e la “forza”, qualsiasi cosa che serva a ricordare che anche chi ha una disabilità, al di là dei propri problemi specifici, affronta le stesse situazioni di tutti (problemi sul lavoro, storie d’amore più o meno felici, piccole-grandi difficoltà quotidiane, etc.) è benvenuta. Anche il tono dei racconti è riuscito ad evitare (quasi sempre) il pietismo, che troppo spesso è la cifra stilistica di questi esperimenti.

Disabili e sessualità

Tuttavia… Non so a voi, ma, a me, guardando la trasmissione, è sembrato che mancasse qualcosa. Cosa? Beh, certamente scegliere solo cinque storie che fossero rappresentative del multi-sfaccettato mondo delle disabilità non era impresa semplice. Ma, salvo alcune differenze secondarie, le situazioni e le problematiche quotidiane narrate in almeno un paio di storie erano molto simili, per non dire quasi sovrapponibili. Sarà che sono parte in causa, ma sarebbe stato bello vedere storie anche diverse dallo stereotipo- durissimo a morire- “disabilità motoria = sedia a rotelle”. Inoltre, mi è sembrato che, anche in questo caso, si sottolineasse fin troppo l’aspetto “eroico” della situazione delle coppie, il “coraggio” di mettersi e stare insieme, sia rispetto alla parte “diversa” delle coppie che a quella “normale”. È vero: stare insieme ad una persona con una disabilità “importante” non è sempre semplice. Ma perché, mi viene da chiedere, stare insieme, anche quando non c’è di mezzo la disabilità, è forse tutto rose, fiori, cuoricini e tenerezze da S. Valentino?

Un vecchio adagio recita: “Piuttosto che niente, meglio piuttosto“. Quindi, prendiamo il buono (tanto) che c’è in “Diversamente Amore” e speriamo che nei prossimi esperimenti su questo tema si veda sempre più la normalità dei sentimenti, prima che la “diversità” tra le persone che da questi sono unite.

MAKEtoCARE, idee che migliorano la vita

Si moltiplicano le iniziative che hanno come obiettivo la semplificazione della vita quotidiana delle persone con disabilità. Abbiamo già avuto modo di parlare di alcune di esse e di varie app che aiutano non poco a migliorare la qualità della vita di chi convive con una qualche forma di disabilità. Oggi vi parlerò di MAKEtoCARE, iniziativa promossa da Sanofi Genzyme in collaborazione con Maker Faire Rome, l’evento che, ogni anno, richiama nella Capitale le menti più creative d’Italia e non solo.

logo MAKEtoCARE

L’obiettivo di MAKEtoCARE è far emergere e sostenere progetti nelle aree healthcare e wellness che puntino a migliorare la vita delle persone con disabilità, cambiando il presente e contribuendo a creare un futuro migliore.

MAKEtoCARE Click4All

Click4All, uno dei vincitori 2016, è un kit per costruire ausili informatici o riabilitativi

come partecipare a maketocare?

Se avete progetti o invenzioni in linea con l’obiettivo della manifestazione, entro il 15 settembre, potete candidarli (qui, seguendo le indicazioni della guida disponibile sul sito di MAKEtoCARE) a partecipare alla seconda edizione (la prima si è svolta nel 2016) del contest, che vedrà il proprio atto conclusivo il 29 novembre a Roma. La partecipazione al contest è gratuita e aperta sia alle persone fisiche che ad aziende, associazioni, enti, sia italiani che stranieri.

MAKEtoCARE dbGlove

dbGlove, l’altro vincitore dell’edizione 2016, aiuta ciechi e sordo-ciechi a utilizzare dispositivi mobili

I progetti presentati dovranno essere innovativi ed originali, in grado di rispondere a bisogni ancora insoddisfatti, avere un impatto tangibile sulla qualità della vita delle persone con disabilità ed essere scalabili ed applicabili, potenzialmente, anche ad ambiti diversi.

Io Kitchen MAKEtoCARE

Altra idea del 2016: Io Kitchen, la cucina che varia l’altezza dei piani di lavoro

Un comitato di valutazione, presieduto dal rettore dell’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, esaminerà i progetti pervenuti entro metà settembre e selezionerà i finalisti, dai quali usciranno i due vincitori che saranno premiati il 29 novembre. Tutti i progetti finalisti avranno, comunque, la possibilità di partecipare alla Maker Faire Rome (dall’1 al 3 dicembre), vicino a Sanofi Genzyme, e, per i vincitori, un super-premio: un viaggio in Silicon Valley, dove potranno visitare imprese di prototipazione rapida e stampa in 3D, startup attive nel settore della salute e del benessere, colossi del web, fab lab, incubatori e spazi di co-working.

Avete un prototipo già pronto che, secondo voi, potrebbe davvero fare la differenza nella vita delle persone con disabilità? Non indugiate: candidatevi subito e in bocca al lupo!

Barbara Garlaschelli: “La sensualità nasce dalla testa!”

Barbara Garlaschelli

Foto di ©Giampaolo Poli

Nei giorni scorsi, vi ho parlato di “Non volevo morire vergine“, l’ultimo libro della scrittrice  di origine milanese Barbara Garlaschelli. Sull’onda delle emozioni che mi ha suscitato il libro, l’ho contattata e lei è stata da subito disponibile a fare una chiacchierata a distanza con me per Move@bility. Eccovela!

  • Per prima cosa, vorrei ringraziarti per aver scritto “Non volevo morire vergine”: un libro che tocca veramente le corde dell’anima, e non solo quelle. Come mai hai deciso di mettere nero su bianco in un libro una parte così intima della tua vita? Perché volevo parlare del tema tabù sesso/disabilità e, per farlo, ho scelto la forma autobiografica per non generalizzare e poter rispondere di persona di ciò che ho scritto. Scrivere è anche un’assunzione di responsabilità e, in un tema così delicato, non si può generalizzare: i disabili non sono una categoria, ma persone, ciascuna con la propria storia.​
  • Qual è stata la parte più difficile da raccontare? Sicuramente la morte di mio padre.

"Non volevo morire vergine"

  • Leggendo i tuoi libri, ascoltando le tue interviste e i tuoi reading, emergono una enorme energia e positività: dove si comprano?  ​​Io sono stata una donna fortunata: ho avuto genitori eccezionali, che mi hanno insegnato a vivere, a lottare per essere felici, a non tirarsi mai indietro. E poi, ho un carattere che mi ha aiutata: tenace e testardo. Sono una donna curiosa e la curiosità è una molla che ti spinge a vedere cosa accadrà domani…

 

  • Entriamo nel vivo del tema del libro. Anche leggendo alcuni commenti alle tue interviste di questi ultimi giorni sui social media, è evidente il persistere di una sorta di “resistenza” a considerare noi persone con disabilità anche come soggetti (e oggetti) di piacere sessuale. Come mai, secondo la tua esperienza, è così difficile sradicare il tabù che circonda la sessualità (e l’affettività) delle persone con disabilità, e in particolare (forse non a caso) delle donne? ​ Prima di tutto perché siamo in un paese cattolico in cui il sesso, tout court, è ancora considerato un “peccato”, qualcosa di cui non parlare se non sottovoce. Siamo culturalmente arretrati, pieni di paure per ciò che è “diverso”​. Il fatto di essere donna è consequenziale a questo discorso: le donne devono fare fatica doppia per dimostrare quanto valgono. Non solo in Italia, purtroppo.

 

  • Nel tuo libro, racconti anche l’imbarazzo di alcuni uomini nel rapportarsi con te “da quel punto di vista”: le domande al limite dell’assurdo (“Ma tu… lì…?”), la goffaggine nella gestione “fisica” della situazione, etc. Spesso, certe esperienze finiscono per scoraggiare dal tentare ulteriori approcci: come sei riuscita a superare questo blocco? Buttandomi nella mischia! Lottando contro la paura del rifiuto. Rischiando, che è l’unico modo per vivere: la paura è il nemico peggiore, io ero il mio peggior nemico. ​

 

  • Tempo fa, mi è capitato di leggere, sul web, il commento di un uomo (teoricamente “normodotato”) secondo il quale “andare con una disabile è sempre un reato, perché non può esservi consenso”. Posta l’assurdità dell’affermazione (salvo il caso di persone non in grado d’intendere e volere, ovvio), ho potuto sperimentare personalmente che alcuni, pur non arrivando a dirlo, lo pensano comunque: come far capire loro che così non è (senza scomodare un avvocato, magari)? Io non mi scomoderei a far capire nulla a persone che ragionano così. Vorrei non frequentarle e non le frequento.​
  • Cosa consiglieresti ad una “disabilitata” che non abbia a disposizione amici “volenterosi” per mettere alla prova la propria femminilità o superare un “blocco”? No, non posso dare consigli: ognuna di noi ha una sua strada. Se proprio devo dare un “consiglio”, è quello di arrischiarsi a percorrerla, quella strada, che di certo è davanti a tutti noi. Un “no” non uccide. E se ci si dà una chance, arrivano anche i sì.​
  • Racconti di aver utilizzato anche le chat, per conoscere uomini. Oggi esistono anche app di dating “per disabili” e siti d’incontri dedicati alle persone con disabilità (e agli “amatori del genere”). A me, lo confesso, sembrano dei ghetti un po’ tristi (per quanto ami il web, per “quello” preferisco sempre l’approccio “vecchia maniera”, faccia a faccia, nato magari per una fortunata coincidenza astrale). Tu cosa ne pensi? Io penso che sia un modo come un altro per conoscere le persone. Poi, è chiaro che deve esserci (se uno lo desidera, ma potrebbe anche non esserci) l’incontro “reale” e allora lì capisci se la persona ti interessa davvero. Ma non ho nessuna chiusura rispetto alla conoscenza prima virtuale, ripeto: è un modo come un altro. Può essere divertente e anche un buon modo per raccontarsi. Tanto, i cretini esistono ovunque, fuori e dentro il web.
  • Secondo te, una donna che diventa “disabilitata” nel corso della vita (durante l’adolescenza, come nel tuo caso, o dopo) ha comunque più chance di conservare la percezione della propria femminilità (e la capacità di mostrarla agli altri) rispetto ad una che lo è dalla nascita o giù di lì? ​Non lo so, non posso rispondere a questa domanda perché posso rispondere solo per me. Io, senza saperlo, l’ho conservata sempre.​
  • Il tema principale di “Move@bility” è l’accessibilità, in particolare intesa in senso fisico. Quanto influiscono le barriere architettoniche sulle possibilità di vivere ed esprimere la propria sessualità ed affettività? ​Tantissimo: quello della possibilità di muoversi senza problemi è uno dei nodi centrali sui quali lottare. L’Italia è una barriera totale. Per chi ha difficoltà di movimento, è un inferno. E questo costringe tante persone a restare prigioniere nelle proprie quattro mura: è come vivere agli arresti domiciliari da innocenti.
  • Chiudiamo con qualcosa di più “frivolo”: come si fa ad essere sexy anche su una sedia a rotelle o camminando con una stampella? Insomma, quando i tacchi alti non sono neanche lontanamente ipotizzabili? Io, personalmente, ho imparato a mettere in mostra ciò che di bello ritengo di avere. E poi, la sensualità nasce dalla testa: è lì che devi sentirti sexy.