Baskin: quando l’inclusione va a canestro

Se seguite Move@bility da un po’ (o se avete spulciato tutti gli articoli del sito), probabilmente avete intuito una delle mie più grandi passioni: il basket! Quando ormai pensavo di dovermi accontentare di guardarlo alla tv o sugli spalti dei palasport, ho scoperto l’esistenza del baskin, una variante del basket che, fin dallo stesso nome, mette insieme le regole e lo spirito tipico dello sport della palla a spicchi e l’inclusione. Le squadre di baskin, infatti, sono costituite da persone normodotate e con disabilità di tipo e grado diverso, che giocano insieme indipendentemente da sesso ed età, ciascuno secondo le proprie possibilità, con l’obiettivo tipico del basket: segnare un canestro in più rispetto all’avversario.

com’è nato il baskin?

Il baskin è stato inventato nel 2003 a Cremona dall’ingegnere Antonio Bodini e dall’insegnante di educazione fisica Fausto Capellini in un contesto scolastico, con l’obiettivo di dare a tutti la possibilità di esprimersi al meglio e di contribuire al successo finale della squadra. Mettere insieme nella stessa squadra persone di età, condizione e sesso diverso permette di realizzare un’effettiva inclusione, superando il pietismo tipico di un certo modo di rapportarsi alla disabilità. Da allora, questo sport si è diffuso a livello nazionale, attirando un numero crescente di persone di ogni età.

le regole del gioco

Le regole del baskin sono le stesse del basket “tradizionale”, con alcune varianti in più, che aiutano a garantire a tutti la possibilità di giocare. Per esempio:

  • I canestri sono 4 perché ai due tradizionali se ne aggiungono altrettanti, più piccoli, sui lati
  • I giocatori in campo per ciascuna squadra non sono 5, ma 6 e ciascuno ha la possibilità di ricoprire un ruolo compatibile con le proprie capacità fisiche e con la propria dimestichezza col gioco e, parallelamente, di marcare ed essere marcato da un avversario di pari ruolo (e, quindi, condizione)
  • Ai giocatori che ne hanno bisogno è possibile assegnare un tutor, vale a dire un altro membro della squadra che può aiutarlo nelle azioni di gioco
Campo da baskin

Un campo da baskin – Di Giamaico – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=72156422

Ma il baskin non è utile solo agli atleti con disabilità. Infatti, tutti i componenti della squadra imparano ad inserirsi in un gruppo eterogeneo e ad organizzarsi di conseguenza, valorizzando le possibilità di ciascuno e vedendo le rispettive diversità come elementi arricchenti, non penalizzanti.

Campus Party: digitale, innovazione e diversità

Il 27 luglio scorso, ho avuto il piacere e l’onore di partecipare in veste di speaker alla Job Factory organizzata da HRC Digital Generation nell’ambito della terza edizione italiana di Campus Party, un evento globale incentrato su innovazione e creatività e rivolto, principalmente, a giovani, community, università, aziende e istituzioni che, per giorni, hanno la possibilità di confrontarsi e costruire insieme il futuro, utilizzando la tecnologia come strumento per cambiare il domani, in maniera consapevole e responsabile. Il tema dell’edizione 2019, che si è svolta a Milano dal 24 al 27 luglio, è stato “Diventa Div3rso” : qui sotto, una delle immagini utilizzate sui social per pubblicizzare l’evento.

Campus Party 2019 - Frida Kahlo

Quale migliore occasione, quindi, per presentare “ufficialmente” Move@bility, parlando in particolare di inclusione lavorativa e, quindi, sociale delle persone con disabilità? Qui sotto, potete vedere la registrazione video del mio intervento, col quale, tra l’altro, inauguro anche il canale YouTube di Move@bility.

È stato davvero emozionante ed arricchente poter incontrare a Campus Party un pubblico di giovani interessati, che hanno ascoltato con attenzione il mio intervento e condiviso il proprio punto di vista su un tema centrale, ma ancora spesso trascurato anche quando si parla di diversity. Spero di essere riuscita a trasmettere loro l’idea che, poi, è alla base anche di Move@bility: al di là delle rispettive diversità e specificità, siamo tutti persone e, come tali, abbiamo la stessa dignità, gli stessi diritti e, ovviamente, gli stessi doveri. E non solo in ambito lavorativo.

Curiosi di vedere per intero la presentazione che ho condiviso in occasione di Campus Party? Eccovi accontentati! 🙂

Spero di avere altre occasioni per confrontarmi su questi temi con un pubblico “misto”, non necessariamente costituito da persone direttamente interessate. Perché credo che una vera “cultura della disabilità” possa affermarsi solo coinvolgendo la società nel suo complesso, non limitandosi a guardare al proprio “orticello”. Voi che ne pensate?

“Diritti e inclusione delle persone con disabilità”

Vi interessano temi quali l’inclusione e, in generale, i diritti delle persone con disabilità? Vi piacerebbe fare di questa passione un lavoro o la vostra specializzazione professionale? Se avete risposto sì a queste domande, potrebbe interessarvi il corso di perfezionamento “Diritti e inclusione delle persone con disabilità” organizzato anche nel 2019 dall’Università degli Studi di Milano (Dipartimento di diritti pubblico italiano e sovranazionale) col patrocinio del Comune di Milano e di LEDHA, l’associazione che da 40 anni si batte per i diritti delle persone con disabilità.

"Diritti e inclusione delle persone con disabilità"

Il corso di perfezionamento “Diritti e inclusione delle persone con disabilità” si rivolge ad avvocati, magistrati, professionisti dell’ambito sociosanitario, operatori della pubblica amministrazione che lavorano nel settore dei servizi sociali, addetti delle associazioni, delle fondazioni e delle ONG, addetti delle agenzie di lavoro interinale, nonché a tutti i professionisti che, per ragioni diverse, lavorano in ambiti legati al settore della disabilità e a tutti i laureati che sono interessati a specializzarsi in questo settore.

Il tema dell’inclusione e dei diritti delle persone con disabilità è sempre più sentito, fortunatamente. Ma, come spesso accade, una normativa decisamente complessa ed articolata non agevola l’applicazione pratica di quanto fissato nei principi di legge. Di conseguenza, l’obiettivo principale del corso di perfezionamento “Diritti e inclusione delle persone con disabilità” è quello di aiutare chiunque voglia operare in quest’ambito ad avere un quadro il più esaustivo possibile dell’argomento e della relativa normativa. Si passerà, quindi, dall’esame della percezione socio-culturale del fenomeno all’analisi delle diverse tipologie di disabilità al fine di comprendere i principali problemi connessi a ciascuna di esse, per poi passare all’approfondimento del diritto antidiscriminatorio e dei principi giuridici che regolano la materia. I cinque moduli seguenti saranno invece dedicati all’analisi delle problematiche che riscontrano le persone con disabilità in diversi contesti: nella società, nella famiglia, nelle scuole, nel mondo del lavoro, in ospedale e in carcere. Il tutto, adottando un approccio multidisciplinare, che consentirà di acquisire conoscenze non solo tecnico-giuridiche, ma anche medico, socio-pedagogiche e psicologiche.

Il corso, della durata complessiva di 50 ore, si terrà dal 1° febbraio al 17 maggio 2019, con la possibilità di seguire parte delle lezioni in modalità e-learning. La quota di partecipazione è di € 416,00 e le domande di ammissione dovranno pervenire entro le 14:00 del 10 gennaio 2019, secondo le modalità specificate nel bando che potete trovare sul sito dell’ateneo milanese.

Volete saperne di più? Consultate la locandina!

“Vorrei ma non posso”: tra sogni e barriere

Verona: la città di Romeo e Giulietta, affascinante, ricca di arte, storia e magia.  Pensate che bello girare per le sue strade, assaporarne la bellezza, concedersi una pausa in un bar o fare shopping nei negozi del centro… Ma Verona è accessibile per chi ha problemi di mobilità? A questa domanda hanno provato a rispondere Alessia Bottone e Valentina Bazzani, rispettivamente autrice/regista e protagonista “seduta” del documentario “Vorrei ma non posso: quando le barriere architettoniche limitano i sogni“, che descrive una giornata di Valentina, giornalista con disabilità, in giro per la sua città, Verona per l’appunto, tra barriere architettoniche e non solo.

Vorrei ma non posso” è stato presentato a settembre e visto da migliaia di persone, me compresa. Visto che l’ho trovato decisamente interessante, ho deciso di mettermi in contatto con Alessia e Valentina per farmi raccontare direttamente da loro com’è nato questo interessante (ed utilissimo!) progetto.

-Com’è nata l’idea di “Vorrei ma non posso”? 

Alessia Bottone - "Vorrei ma non posso"

Alessia Bottone

ALESSIA – Mi occupo da tempo, anche per lavoro, di diritti umani ed esperienze familiari mi hanno portato ad essere  particolarmente sensibile a temi quali autonomia e accessibilità riferiti alle persone con disabilità. Due anni fa, ho presentato una bozza del documentario al premio per Giovani Giornalisti Massimiliano Goattin, ottenendo un finanziamento che mi ha consentito di passare all’azione. Nel frattempo, ero entrata in contatto, attraverso Facebook, con Valentina, leggendo un suo post sull’ennesima discriminazione in ambito lavorativo che lei aveva subito. Dal virtuale, siamo presto passate al reale (viviamo entrambe a Verona e questo ci ha facilitato le cose) e abbiamo iniziato a girare il documentario, con la collaborazione di Elettra Bertucco, che ha realizzato le riprese.

-Qual è stata la difficoltà più grossa che avete dovuto affrontare durante la realizzazione di “Vorrei ma non posso”? 

Valentina Bazzani - "Vorrei ma non posso"

Valentina Bazzani

VALENTINA – Barriere architettoniche di ogni tipo: dai gradini che, per chi come me si muove su una sedia a rotelle e ha un’autonomia molto limitata, rappresentano un limite spesso insuperabile, alla mancanza di scivoli sui marciapiedi o di pedane (anche rimovibili) per accedere a negozi ed esercizi pubblici. Per non parlare, all’interno dei negozi d’abbigliamento, della mancanza di camerini con porte scorrevoli, che, di fatto, obbligano chi è su una sedia a rotelle a provare i vestiti davanti a tutti, con buona pace della privacy… Ma, soprattutto, le barriere culturali: stereotipi e cliché sulle persone con disabilità sono ancora troppo radicati nel nostro Paese.  Il nostro sogno è quello di una vita alla pari, perciò a tutti vanno garantiti gli stessi diritti ed opportunità, perché ciascuno possa mostrare risorse, peculiarità e potenzialità. Purtroppo, in questo momento, non è così.

-Com’è stato accolto “Vorrei ma non posso”? Come reagiva la gente, mentre giravate?

A. – Durante le riprese, per non condizionarle, non abbiamo fatto riferimento al documentario con le persone coinvolte. Ovviamente, ne abbiamo pixelato i volti, per rispettarne la privacy. Per il documentario c’è stata un’accoglienza che, francamente, mi ha sorpresa: in genere, quando si affrontano questi temi, ci si ritrova (purtroppo) in pochi. Invece, sia durante la presentazione che in questi mesi, abbiamo notato un grande interesse verso il tema che abbiamo affrontato: segno che qualcosa si sta muovendo nella direzione giusta? 

-Cosa manca ancora per raggiungere la piena accessibilità, vale a dire spazi urbani pensati per adattarsi alle esigenze di tutti i cittadini (inclusi quelli con disabilità motorie – su sedia a rotelle e non- o sensoriali)?

V. – In questo momento,  per arrivare alla piena accessibilità manca, da una parte, il buon senso anche durante la fase della progettazione, lo sforzo di pensare agli spazi anche nell’ottica delle persone con disabilità o, ove possibile, di coinvolgerle direttamente. Ma anche la volontà, da parte delle istituzioni, di creare ambienti veramente accessibili a tutti, almeno negli spazi pubblici. Molto è stato fatto, ma molto resta da fare. Come persone con disabilità, possiamo continuare a sensibilizzare e diventare “protagonisti attivi”, mostrando che, con il nostro impegno e le nostre risorse, possiamo fare una vita normale. Non è semplice, soprattutto quando, a causa della propria condizione, si dipende dall’aiuto altrui. Ma è necessario.

-Cos’è cambiato dopo l’uscita del documentario, a Verona? 

A. – Verona è stata una delle prime città italiane ad adottare il PEBA, il Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche. Certo, il passaggio dagli intenti all’applicazione pratica è più lento di quanto vorremmo e le ambiguità normative non aiutano: per esempio, il paradosso per cui, per dotare il proprio esercizio commerciale di pedana rimovibile si debba pagare una tassa per occupazione di suolo pubblico è, quanto meno, un controsenso, no?

-Quanto incidono le problematiche legate all’accessibilità sulla piena inclusione (sociale e lavorativa) delle persone con disabilità?

V. – Alle superiori, pur essendo più portata per le materie scientifiche, ho scelto un istituto tecnico perché era l’unico accessibile. Negli anni, le cose sono migliorate: la società è più inclusiva e c’è anche una crescente attenzione per gli spazi, perché siano accessibili e accoglienti. La difficoltà maggiore è ancora, prevalentemente, culturale: non è accettabile, nel 2017, che una persona con disabilità, professionista con un curriculum di tutto rispetto, sostenga infiniti colloqui e venga scartata solo a causa della propria disabilità! Tante sono state le battaglie per condurre una vita normale, studiare, laurearmi con il massimo dei voti, fare esperienze lavorative (a titolo gratuito) e poi mi vedo scartata? No, non ci sto. È veramente possibile una vita alla pari, piena e meravigliosa. Ma è necessario che istituzioni, associazioni facciano rete e facciano cultura, per creare una società veramente inclusiva.

presentazione di "Vorrei ma non posso"

Alessia e Valentina alla presentazione di “Vorrei ma non posso”

Grazie mille a queste due splendide donne per aver riacceso i riflettori su un tema per il quale non si fa ancora abbastanza per tradurre in pratica le intenzioni. Speriamo di vedere presto il sequel di “Vorrei ma non posso”. Magari, stavolta, dal titolo: “Vorrei…e posso!”

Diversity Day: aziende e lavoratori s’incontrano

Sappiamo tutti quanto, nonostante le leggi e le misure volte a favorire l’inserimento delle persone con disabilità nel mondo del lavoro, sia difficile per le cosiddette “categorie protette” risultare appetibili per le aziende, al di là delle agevolazioni fiscali. Perciò, è con piacere che vi parlo di un evento che ha proprio come obiettivo dichiarato quello di facilitare l’accesso al mercato del lavoro a persone con disabilità e appartenenti alle categorie protette attraverso il contatto diretto con i manager aziendali: il Diversity Day, un career day dedicato esclusivamente a questa categoria di profili professionali.

Diversity Day 2017

diversity day: l’evento

L’evento si svolge a cadenza annuale, a Roma e a Milano, per coprire tutto il territorio nazionale. La tappa milanese, quest’anno, si terrà martedì 5 giugno, dalle 9:00 alle 15:00, presso l’Università Bocconi, nell’edificio di via Guglielmo Röntgen 1.

Nel corso della giornata, sarà possibile non solo incontrare i rappresentanti delle aziende, ma anche recruiter qualificati, ai quali chiedere consigli su come strutturare un curriculum efficace o per prepararsi ad un colloquio di lavoro. Inoltre, per le persone sorde, sarà possibile avvalersi (previa prenotazione inviando una mail a info@diversityday.it) del supporto di un interprete LIS.

La partecipazione al Diversity Day è gratuita, previa registrazione (potete farla qui). I partecipanti all’evento – che anche stavolta è patrocinato da Jobmetoo- potranno incontrare i rappresentanti di molte aziende prestigiose, dei settori più disparati: da Accenture a A2A, da Bayer a Capgemini, da Generali a Intesa San Paolo, solo per fare alcuni esempi (trovate l’elenco completo sul sito dell’evento).

DIVERSITY DAY: IL PROGETTO

Ma il Diversity Day non finisce coi career day. L’obiettivo del progetto viene perseguito per tutto l’anno, attraverso una serie di servizi integrati, che vanno dalla diffusione di opportunità professionali rivolte a persone con disabilità e categorie protette al tutoraggio, dal supporto su adempimenti burocratici e agevolazioni fiscali alla formazione finanziata.

Diversity Day il progetto

Un’iniziativa importante, quindi, che ci auguriamo possa crescere, coinvolgere sempre più aziende e supportare efficacemente l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, non solo in posizioni “basse”, ma anche in ruoli di maggiore responsabilità. Perché disabilità non significa necessariamente incapacità  e l’accesso a lavori qualificati e qualificanti è essenziale, come abbiamo più volte ribadito, per l’effettiva inclusione sociale delle persone con disabilità.

Perciò, aggiornate i CV, iscrivetevi al Diversity Day e  in bocca al lupo!

“Pagaiando abilmente”: la canoa per tutti

Abbiamo parlato spesso dell’importanza dello sport nel processo d’inclusione delle persone con disabilità. Negli ultimi anni, si sono moltiplicate (per fortuna!) le iniziative che si pongono proprio il superamento delle barriere, architettoniche e culturali, attraverso la pratica sportiva, come obiettivo principale. Tra queste rientra anche “Pagaiando abilmente“, il progetto ideato dal Circolo Nautico “Teocle” di Giardini Naxos (ME), che, nei suoi 60 anni di storia, ha contribuito ad avvicinare molti giovani e giovanissimi alla pratica del canottaggio, vedendo riconosciuto tale impegno anche con la “Croce di Bronzo per i meriti sportivi”.

locandina "Pagaiando abilmente"

“Pagaiando abilmente” nasce dall’idea di avvicinare tutti i giovani alla pratica di questa disciplina, senza alcuna distinzione, per dare a tutti la possibilità di vivere pienamente il rapporto col mare, attraverso la pratica sportiva, con innumerevoli benefici in termini di sviluppo psico-fisico e, di riflesso, di contribuire fattivamente alla crescita della società nella quale vivono. E ciò sarà fatto non solo tramite corsi tenuti da istruttori formati per interagire anche con ragazzi con disabilità di vario genere, che si avvarranno di canoe e supporti adeguati alle esigenze specifiche dei vari praticanti, ma anche attraverso un processo di ristrutturazione della sede del circolo, che si trova sul mare di Giardini Naxos, per abbattere le barriere architettoniche e renderla pienamente accessibile.

Tutto ciò, però, ha dei costi non indifferenti. Per questo motivo, il progetto “Pagaiando abilmente” è tra quelli finanziabili attraverso il crowdfunding sulla piattaforma OSO – Ogni Sport Oltre promossa dalla Fondazione Vodafone proprio per far conoscere e sostenere progetti che vogliano diffondere la cultura dello sport e il valore sociale della pratica di una disciplina sportiva. Si può contribuire a finanziare il progetto donando una cifra dai 5 € in su attraverso la pagina dedicata a “Pagaiando abilmente” sul sito di OSO. Abbiamo a disposizione ancora poche settimane per aiutare il progetto a raggiungere l’obiettivo di raccogliere i 6.000 € necessari  per adeguare la pendenza della rampa di accesso alla spiaggia, realizzare un sistema meccanico di sollevamento, delimitare una piscina in mare aperto ed acquistare delle canoe adeguate alle esigenze di persone con disabilità. Ci proviamo?

World Usability Day: il design per l’inclusione

Quello della “user experience” (letteralmente: l’esperienza dell’utente) è un aspetto sempre più importante per chi si occupa di progettazione e design, a tutti i livelli. Lo ribadisce l’edizione 2017 del World Usability Day, la manifestazione che si svolgerà, per il quarto anno consecutivo, a Roma l’8 e il 9 novembre prossimi, mettendo insieme esperti italiani ed internazionali in workshop e talk tematici. Il World Usability Day è la Giornata Mondiale dell’ Usabilità, nata nel 2005 come iniziativa della Usability Professionals ‘Association (UXPA). Da allora, ogni anno, il secondo giovedì di novembre, in tutto il mondo vengono organizzati eventi con l’obiettivo di sensibilizzare circa l’importanza di pensare e progettare tenendo presente, in primo luogo, il soggetto principale: l’utente al quale è destinato ciò su cui si sta lavorando.

World Usability Day 2017

Il tema a cui è dedicata questa edizione del World Usability Day è la user experience come promotrice dell’inclusione. L’obiettivo dei professionisti del design, infatti, dev’essere contribuire a plasmare un futuro migliore, tenendo presenti le esigenze e le specificità di tutte le persone, considerate nella loro unicità. In un mondo che cambia rapidamente, anche sul piano politico e demografico, è impensabile continuare a progettare pensando unicamente ad una porzione della popolazione, dimenticando la restante.

Come raggiungere questo ambizioso obiettivo? Gli speaker che si avvicenderanno sul palco del World Usability Day proporranno vari punti di vista e spunti di riflessione: il design thinking per creare tecnologie e prodotti per tutti, l’accessibilità e l’usabilità di servizi, l’empatia come base di un processo di progettazione incentrata sull’individuo.

Quest’iniziativa sottolinea, ancora una volta, la crescente consapevolezza della necessità, ormai ineluttabile, di pensare secondo le logiche del “Design for All“, sviluppando prodotti e servizi che siano in linea con le specifiche abilità, attitudini ed esigenze degli utenti. Spesso, dicono gli stessi addetti ai lavori, sono proprio i designer ad essere riluttanti al cambiamento. Perciò è importante aiutarli ad approcciarsi al proprio lavoro con uno strumento del quale tutti, in quanto esseri umani, siamo dotati: l’empatia, vale a dire la capacità di “metterci nei panni” dell’altro, sentendone come nostri i suoi bisogni, stati d’animo e vissuti.

 

 

Hackability@Barilla: l’accessibilità entra in cucina

Cucinare, per molti, è un piacere e una passione, come conferma anche il successo delle tante trasmissioni sul tema trasmesse ad ogni ora del giorno da tutti i canali televisivi. Per chi ha una disabilità, però, non sempre è possibile dedicarsi con serenità a questa passione, perché molto spesso il design degli utensili (e delle loro confezioni) non tiene nella dovuta considerazione l’accessibilità, vale a dire la possibilità che questi vengano utilizzati anche da chi ha una limitazione fisica di qualsiasi tipo. Proprio questo è il punto da cui parte Hackability@Barilla, l’hackathon promosso dalla nota azienda alimentare con l’obiettivo di far incontrare (e lavorare) insieme i “makers” (designer, informatici, professionisti del digitale) e, per l’appunto, persone con disabilità, al fine di creare insieme utensili (e relativo packaging) “a misura di persona con disabilità”.

Hackability@Barilla

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come partecipare a hackability@barilla

Avete un’idea che potrebbe rendere più accessibile un utensile da cucina o il suo packaging? O, ancora, creare è la vostra passione e volete metterla al servizio di un’iniziativa di grande valore ed utilità sociale? Se avete risposto sì ad una di queste domande (o ad entrambe), dal 18 settembre al 15 dicembre 2017, potrete “rispondere alla call” (ovvero, iscrivervi) direttamente sul sito di Hackability@Barilla, inserendo tutte le informazioni richieste nel form d’iscrizione. I team scelti dall’azienda potranno lavorare insieme nella sede di Barilla, a Parma, a gennaio 2018. Dopodiché, le idee selezionate saranno presentate, insieme ai relativi prototipi, a fine febbraio 2018, sempre nella sede di Barilla a Parma. Per tutti i dettagli, è possibile consultare il regolamento.

Hackability@Barilla si aggiunge a molte altre iniziative di questi ultimi anni che pongono sempre più l’accento sull’importanza dell’accessibilità e dell’inclusione di tutte le persone, incluse quelle con disabilità. In questo caso, c’è qualcosa in più: il coinvolgimento dei diretti interessati, le persone con disabilità, che sono chiamate a lavorare insieme ai “makers” per aiutarli a vedere le cose anche dal punto di vista delle esigenze specifiche del singolo individuo. Un’occasione da non perdere, che conferma anche l’impegno che Barilla sintetizza anche nella propria mission aziendale: Buono per Te, Buono per il Pianeta, Buono per la Comunità”.

 

Scuola e disabilità, tra eccellenza e carenze croniche

Settembre: in questi giorni, si riaprono i cancelli delle scuole in tutte le regioni d’Italia e, tra gli studenti che si siedono tra i banchi, ci sono anche più di 235 mila disabili (circa il 3% del totale), pressoché equamente distribuiti tra scuola dell’infanzia, scuola primaria, secondaria di primo grado e istituti superiori. Ma la scuola è pronta ad accoglierli e seguirli in maniera tale da consentire loro di esercitare in pieno il diritto all’istruzione?

L’Italia è il Paese leader per l’inclusione scolastica dei disabili, al punto che, all’inizio del 2016, ha ricevuto un riconoscimento formale dall’ONU. In effetti, mentre persistono in Paesi come Spagna e Germania, da noi le “classi speciali” (veri e propri ghetti all’interno delle scuole “normali”, nei quali venivano confinati studenti con disabilità fisica o cognitiva e quanti  versavano in situazioni di disagio di altro tipo) sono, ormai (e fortunatamente!) un ricordo del passato, essendo state abolite nel 1977, quando vennero introdotti modelli didattici flessibili, volti a favorire l’integrazione tra tutti gli studenti, al di là delle loro specificità, ricorrendo, ove necessario, anche ad insegnanti specializzati. La legge 104/92 ha posto ulteriormente l’accento sull’importanza dell’integrazione degli studenti disabili di ogni ordine e grado nelle classi comuni.

scuola e disabilità

Anche in tema di rimozione delle barriere architettoniche molto è stato fatto, negli anni, con più dell’80% degli istituti con scale e servizi igienici adatti ai disabili fisici. Le cose vanno un po’ meno bene quando si guarda agli accorgimenti per i disabili sensoriali e all’accessibilità degli spazi interni ed esterni: solo il 30% delle scuole, infatti, è dotato di segnali visivi, acustici e tattili, mentre poco più del 40% dispone di percorsi facilmente accessibili.

Un altro capitolo non propriamente roseo è quello relativo alle figure preposte all’assistenza degli studenti con disabilità particolarmente gravi e agli insegnanti di sostegno, figure essenziali per garantire l’accesso alla didattica e l’inclusione degli studenti con disabilità cognitive. Ogni anno, puntualmente, infuriano le polemiche per il numero insufficiente a garantire assistenza adeguata a tutti gli studenti che ne hanno bisogno. Esistono, purtroppo, anche problematiche relative alla preparazione non sempre adeguata alle esigenze specifiche degli studenti a loro affidati. Senza contare che, se già di per sé quella dell’insegnante, più che una professione, è una vocazione (o una e propria “missione”, come la definiscono alcuni), ciò vale a maggior ragione per quelli che, in virtù del proprio ruolo specifico, debbono avere a che fare con studenti particolarmente problematici, non collaborativi: senza un’adeguata preparazione e se si vive quel ruolo come un modo come un altro per “portare a casa uno stipendio”,  è facile scoraggiarsi, abbandonare a se stessi gli studenti, col risultato di contribuire alla loro ghettizzazione, anziché all’inclusione nella scuola, che è l’anticamera irrinunciabile della piena e felice integrazione nella società.

Disabilità e carriera: binomio impossibile?

Data la mia condizione di donna e lavoratrice con una disabilità fisica evidente, mi capita spesso di trovarmi di fronte a “muri” più o meno evidenti, quando si tratta di avere accesso non semplicemente ad un lavoro (cosa, di per sé, importantissima, come abbiamo più volte sottolineato anche qui, per la dignità e l’autonomia delle persone con disabilità), ma anche alla possibilità di fare carriera, come chiunque altro, in virtù delle esperienze maturate e delle competenze acquisite. Ma, il più delle volte, mi è toccato constatare (non senza una punta di amarezza) che, quando si parla di disabilità e carriera, c’è ancora moltissima strada da fare, soprattutto a livello culturale.

Gradualmente, anche sotto la “spinta” di sanzioni pecuniarie,  le aziende stanno iniziando ad accettare l’idea di avere tra i propri dipendenti anche persone con disabilità. Ma siamo onesti: guardando le opportunità di lavoro pubblicate sui vari portali specializzati, quante di quelle rivolte alle “categorie protette” si riferiscono a mansioni altamente qualificate e specializzate? Eppure, le persone con disabilità con alti livelli di scolarizzazione, esperienza professionale di rilievo e competenze avanzate non mancano. Perché, dunque, in Italia e non solo, è così difficile superare il pregiudizio secondo il quale, tutt’al più, la “categoria protetta” (soprattutto se ha una disabilità fisica evidente) può svolgere mansioni di basso livello, che, preferibilmente, non implichino il contatto con clienti di rilievo? Perché disabilità e carriera sembrano essere ancora incompatibili?

Sono molti i lavoratori con disabilità che, pur avendo un’occupazione, si trovano quotidianamente sottoposti a forme di discriminazione più o meno sottili, quando non a veri e propri ricatti. Molti, in questi mesi, hanno scritto in privato a Move@bility per raccontare le proprie difficoltà anche in tal senso (senza contare quanti sono ormai scoraggiati, dopo anni d’inutile ricerca di un posto di lavoro qualificato e commisurato alle loro competenze ed esperienze). E anche a me è capitato direttamente, durante il mio percorso professionale, di vedermi negare opportunità di carriera perché ritenute (a priori) “incompatibili con la mia disabilità”. Una persona con disabilità non può essere un leader credibile? 

Fa riflettere il fatto che, troppo spesso, anche le associazioni che, in teoria, difendono i diritti delle persone con disabilità, quando si fanno loro presenti episodi di discriminazione di questo tipo, rispondono, anche un po’ seccate, di “non fare troppe storie” e “pensare a chi un lavoro neanche ce l’ha”. È vero: la stragrande maggioranza delle persone con disabilità, ad oggi, è del tutto esclusa dal mondo del lavoro. Ma questa è forse una buona ragione per avvalorare, indirettamente, il fatto che disabilità e carriera siano, di fatto, considerate incompatibili?

Solo quando inizieremo, noi per primi, a superare questa visione assistenzialista e a pretendere, per tutti, l’effettiva parità di diritti (e doveri) e di possibilità di accesso ad opportunità di lavoro (e carriera) commisurate all’esperienza, alle competenze e, naturalmente, compatibili anche con la condizione di ciascun individuo potremo davvero parlare di progresso ed inclusione.