Assistenzialismo? No, grazie: meglio l’inclusione!

Fateci caso: il più delle volte, quando media e politica affrontano il tema della disabilità, l’accento viene posto, essenzialmente, su due aspetti, spesso contrapposti. Da un lato, l’assistenzialismo associato al pietismo (“Poverini, bisogna aiutarli!“); dall’altro quella che io chiamo la “retorica dell’eroe“, che porta a descrivere e rappresentare le persone con disabilità come necessariamente forti e piene di volontà, un “esempio” per tutti. Niente di male, in questo, intendiamoci: in fondo, vi sono condizioni nelle quali l’assistenza è un requisito indispensabile e, quanto al secondo punto, è spesso vero che, per affrontare una disabilità e non restarsene in un angolo a piangere sulla propria sventura, è necessario trovare in sé risorse anche caratteriali non indifferenti. Anche in questo spazio abbiamo spesso parlato di “modelli” come, per esempio, gli atleti paralimpici.

Ma proviamo, per una volta, a guardare le cose da un punto di vista diverso. Fatti salvi i casi in cui la condizione di disabilità è tale da non consentire alla persona di provvedere a se stessa e alle proprie necessità primarie, lavorare, avere una vita sociale, perché non porre l’accento, più sull’assistenzialismo, sulla creazione di condizioni favorevoli all’autonomia delle persone con disabilità? Per dirla prendendo in prestito un’espressione molto in voga, perché, oltre al “dopo di noi” (tema sacrosanto, per carità), non pensare innanzitutto al “durante loro“, vale a dire porre al centro delle politiche messe in atto (e dei messaggi veicolati dai mass media) il vissuto, le esigenze e le legittime aspettative delle persone con disabilità? In fondo, è proprio questo il senso della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità: porre l’accento sulle persone, più che sulle loro condizioni di disabilità. Perché, è bene ricordarlo, una delle difficoltà maggiori nell’affrontare il tema della disabilità è proprio il fatto che non esista una disabilità, ma tante disabilità e anche persone con disabilità simili possono avere esigenze molto diverse tra loro.

assistenzialismo vs inclusione - lavoratori con disabilità

Ben vengano le strutture che assistono le persone non più autonome o non autosufficienti: è giusto che esistano e non ve ne sono ancora a sufficienza, soprattutto se pensiamo che l’età media nel nostro Paese si sta alzando ed è risaputo che, spesso, vecchiaia e disabilità sono associate. Però, questo non è sufficiente a dire che “si è affrontato il problema della disabilità“. Una larghissima fetta dei 4 milioni e passa di persone con disabilità è costituita da individui che, per condizione ed età, sono perfettamente in grado di essere autonomi, produttivi, membri attivi della società e non semplicemente “pesi morti” o “problemi” da risolvere in qualche modo (magari, nascondendoli in strutture “dedicate”). Si fa abbastanza per rispondere alle legittime aspettative di queste persone con politiche efficaci mirate all’inclusione (scolastica, lavorativa, ma anche sociale tout court, come non ci stanchiamo di ribadire in questo spazio), che vadano oltre il mero assistenzialismo? Certo, è importante che esistano asseghttps://moveability.org/2016/09/04/scuola-disabilita/ni d’invalidità e simili, ma è ancor più importante consentire a chi ne ha tutte le possibilità (nonostante la disabilità) di lavorare, muoversi, viaggiare, rimuovendo le barriere architettoniche e culturali.

assistenzialismo vs inclusione - disabilità e tempo libero

Solo così potremo davvero essere e sentirci persone, prima che “poveri cristi” ai quali elargire elemosine (non solo in termini di denaro, assistenza, ma anche di attenzione, tempo, affetto, amicizia, amore, etc.) dall’alto. E questo sarebbe un vantaggio anche economico per la collettività.

“Giocando si impara”: la campagna UILDM per parchi-gioco accessibili

Lo sappiamo: il gioco è un’esperienza essenziale per lo sviluppo dell’individuo, fin dalla più tenera età. Attraverso l’attività ludica, non si sviluppano solo coordinazione corporea, logica e capacità cognitive: giocando insieme ad altri, il bambino socializza e s’inserisce all’interno del contesto in cui vive, imparando a rapportarsi al prossimo, riconoscendo ed accettando le differenze. Il gioco all’aperto, poi, ha molti effetti benefici, sia a livello fisico che psicologico. Ciò vale anche per i bambini che hanno una disabilità, di qualsiasi tipo. Tuttavia, il diritto al gioco, sancito anche dalla Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, è troppo spesso negato ai bambini che hanno disabilità motorie o sensoriali, a causa della carenza di parchi-gioco accessibili, in grado di assicurare loro un’esperienza in totale sicurezza. Proprio questo è il tema della Giornata Nazionale UILDM di quest’anno, dal titolo emblematico “Giocando si impara“.

"Giocando si impara" il poster

Il poster della campagna – Immagine © UILDM

Fino al 19 aprile, sarà possibile sostenere l’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare nella sua campagna di sensibilizzazione affinché il diritto al gioco, anche all’aperto, sia garantito a tutti i bambini, compresi quelli con disabilità. Il numero di parchi-gioco accessibili, nel nostro Paese, è cresciuto, in questi anni, segno di una maggiore sensibilità verso il tema dell’accessibilità: anche grazie alle vostre segnalazioni, ne abbiamo parlato spesso anche sui profili social di Move@bility. Ma non possiamo fermarci qui e la campagna “Giocando si impara” ce lo ricorda. Garantendo l’accesso ai giochi all’aperto a tutti i bambini, non si tutela solo un loro diritto: si aiuta anche la società tutta a prendere coscienza della necessità e della possibilità di un’inclusione completa ed efficace di tutti, persone con disabilità comprese, nella società. Nel gioco, si annullano le differenze e si è tutti uguali: proprio partendo dai bambini, attraverso il gioco, quindi, si può puntare a realizzare un contesto sociale nel quale nessuno è escluso.

"Giocando si impara"

Immagine © UILDM

 

Fine anno: tempo di bilanci e speranze

Mancano ormai pochissimi giorni alla fine del 2016 e fervono un po’ ovunque i preparativi per i festeggiamenti per accogliere al meglio il 2017. E, come ogni fine anno che si rispetti, si tirano le somme dell’anno che sta per concludersi e si fanno progetti, si formulano propositi, si esprimono desideri per quello che sta per iniziare.

Andiamo con ordine e partiamo dai bilanci, ovviamente sempre dal punto di vista dell’accessibilità e della cultura della disabilità in generale. Che anno è stato, questo 2016? Un anno in chiaro-scuro, con qualche luce e ancora troppe ombre. Tra le prime, per esempio, l’approvazione della legge sul “dopo di noi, pur con tutti i suoi limiti, l’incremento (anche in Italia) delle iniziative di turismo accessibile e, sui media, maggiore attenzione all’accessibilità del webspot, film e serie TV che restituiscono una visione nuova della disabilità, più attenta alla dignità personale che alla malattia in sé, senza dimenticare il grande successo delle Paralimpiadi di Rio. E, last but not least, permettetemi un riferimento più “personale”: in questo 2016, ho lanciato, finalmente, questo progetto che, pur con pochi mesi di vita all’attivo, mi ha già permesso di conoscere realtà, persone e progetti che vogliono davvero, se non rivoluzionare, almeno migliorare la vita delle persone con disabilità.

nuovo anno

Ma, dicevamo, in questa fine anno, non possiamo non vedere le tante ombre che ancora offuscano il cielo sopra alle persone con disabilità: il lavoro che, nonostante le leggi e gli incentivi, continua ad essere un tasto dolente, le barriere architettoniche e culturali che ancora condizionano eccessivamente la vita di chi fa i conti con la disabilità, anche sul piano relazionale.

Apriamo, quindi, il capitolo “Propositi e desideri per il 2017“: cosa mi auguro, per questo nuovo anno, per me e per tutti coloro che convivono con una disabilità, motoria, sensoriale o intellettiva che sia? Ecco la mia personalissima “lista dei desideri“:

  1. Città e paesi più accessibili e attenti alle esigenze di tutti, non solo in occasione di “eventi speciali”, e non solo in Italia o all’estero
  2. Maggiori opportunità di lavoro qualificato per le persone con disabilità, senza pregiudizi su capacità, competenze e produttività
  3. Una società più aperta all’inclusione delle persone con disabilità, in ogni ambito, non escluso quello affettivo e relazionale in genere, perché anche noi persone con disabilità usciamo, ci divertiamo, c’innamoriamo (e non necessariamente e non solo “tra di noi”)!

Affinché si realizzino, però, non è sufficiente l’azione dei singoli: dovremo tutti “fare sistema“, lavorare insieme per esigere ciò che ci spetta di diritto, senza accontentarci di riceverlo “per gentile concessione”. Perché è sicuramente importante pensare a come aiutare le persone con disabilità non autosufficienti che non possano contare sul sostegno dei familiari, ma non lo è meno mettere in atto accorgimenti e misure che migliorino l’autonomia e salvaguardino la dignità personale di chi vive con una disabilità.

E i vostri, di desideri, per il nuovo anno, quali sono? Vi va di condividerli nei commenti?

B&B Like Your Home: accessibilità e inclusione

Spesso, i grandi progetti nascono da un’intuizione casuale o da un incontro fortuito. È questo, per esempio, il caso di B&B Like Your Home, un bellissimo progetto incentrato sui concetti di accessibilità, inclusione e valorizzazione delle persone con disabilità fortemente voluto da Cetty Ummarino, una di quelle persone che, di fronte alle difficoltà, non si arrendono, ma cercano una soluzione e non si fermano finché non l’hanno trovata. Ho avuto il piacere di conoscere Cetty e di parlare con lei di questo progetto grazie a contatti comuni e voglio farlo conoscere anche a voi.

Che cos’è B&B Like Your Home?

È una rete di bed & breakfast adattati alle esigenze di tutti i turisti, compresi quelli con disabilità o con esigenze specifiche (ad esempio, i celiaci), gestita direttamente da persone con disabilità, coadiuvate dai familiari e dalle persone che le assistono e le seguono “affettivamente”. L’obiettivo non è solo quello di creare strutture ricettive che rispondano alle esigenze specifiche di turisti con disabilità, ma anche quello di valorizzare le abilità e le competenze delle persone con disabilità motoria, sensoriale o intellettiva nell’ambito del turismo e della ristorazione, favorendone anche l’inserimento nel mondo del lavoro, in genere alquanto ostica per loro. Ad oggi, questo network, unico nel suo genere in Italia, conta 15 strutture distribuite nelle province di Napoli e Salerno.

B&B Like Your Home

Com’è nata l’idea di B&B Like Your Home?

Come spesso accade, è nato tutto per caso. Io mi occupo di formazione in ambito turistico, erogando soprattutto formazione “sul campo” nelle zone interne della Campania, spesso meno pronte rispetto a quelle costiere a gestire efficacemente ristorazione e turismo in genere. In occasione di una trasferta di lavoro, ho conosciuto una ragazza con una grave disabilità motoria e mi sono resa conto che, per le persone nella sua condizione, spesso è difficile “andare verso il mondo”, a causa delle tante barriere architettoniche e culturali. Allora, mi sono resa conto che era necessario fare qualcosa di concreto per aiutarle, andando oltre il mero assistenzialismo, ma valorizzandone abilità e competenze.

Cetty Ummarino allo Startup Italian Open 2016

Cetty Ummarino allo Startup Italian Open 2016

Qual è la particolarità delle strutture che aderiscono al network di B&B Like Your Home”?

Si tratta di strutture nelle quali già vivono persone con una particolare disabilità e, quindi, già pronte a soddisfare le esigenze di chi vive una condizione analoga (per fare un esempio concreto, in un b&b gestito da una persona non vedente sarà normale trovare sveglie per non vedenti, così come in uno gestito da una persona con disabilità motoria ci saranno ausili e accorgimenti idonei), senza per questo escludere dall’accoglienza tutti gli altri turisti (inclusi i normodotati). In questo modo, si riesce a dare dignità al lavoro, ai ragazzi con disabilità e a ciò che fanno, visto che, oltre a gestire la struttura e preparare i pasti (seguendo il modello dell’home restaurant), producono artigianalmente e vendono manufatti. Ciò consente a questi ragazzi, in qualche maniera, di diventare anche ambasciatori del proprio territorio.

B&B Like Your Home

Quali sono i piani di B&B Like Your Home per il 2017?

Contiamo di estendere il network per coprire anche le province di Benevento, Avellino e Caserta, aprendoci anche agli over 60 e adattando il modello anche agli appartamenti turistici, in aggiunta ai bed & breakfast. Abbiamo anche in programma iniziative collaterali, per favorire l’inclusione lavorativa delle persone con disabilità e l’incontro tra loro e le aziende presenti sul territorio.

Un progetto decisamente ambizioso, ma che -ne sono certa- continuerà a crescere. Anche perché la forza e l’energia di Cetty sono davvero contagiose!

“La classe degli asini”: un film tv sull’inclusione

Non amo particolarmente fiction e dintorni, ma quando, ieri sera, mi sono sintonizzata su RaiUno per vedere “La classe degli asini” sono rimasta piacevolmente sorpresa. Per chi non l’avesse visto, questo film tv racconta la storia di una figura centrale nel processo d’inclusione scolastica degli studenti con disabilità: Mirella Antonione Casale, insegnante e madre lei stessa di una ragazzina resa gravemente disabile dall’encefalite virale. Grazie all’operato di questa coraggiosa donna e di altri suoi colleghi, si è giunti, nella seconda metà degli anni ’70, a superare, finalmente (almeno, sulla carta) le famigerate “classi speciali” o “differenziali”.

Nate ai tempi della riforma Gentile con l’obiettivo di garantire un’istruzione agli studenti in situazione di handicap, tali classi finivano spesso per diventare veri e propri “ghetti”, nei quali venivano letteralmente parcheggiati anche bambini senza alcun handicap, magari solo perché vivevano una situazione di disagio sociale o per il temperamento troppo “vivace”.  Un po’ ciò che accade ne “La classe degli asini”, dove Riccardo, un ragazzino meridionale con una famiglia disastrata, finisce per essere rinchiuso in una sorta di “convitto degli orrori” (dove i bambini subiscono ogni genere di violenza, fisica e psicologica) solo perché, nella Torino del boom economico, si esprime solo in dialetto e fatica a rispettare le regole. Mirella e il collega Felice (che ricorda un po’ il professor Keating de “L’attimo fuggente“) prendono a cuore il suo caso e fanno sì non solo che Riccardo possa lasciare il convitto, ma che vengano alla luce gli abusi lì perpetrati sui bambini. Inoltre, una volta diventata preside ed entrata in contatto con ANFFAS (l’Associazione delle Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale), s’impegna a far sì che i bambini con handicap e quelli prima “rifiutati” possano ricevere un’istruzione (e un trattamento a 360°) pari agli altri studenti. Anche grazie al suo contributo, nella realtà, si arrivò, nel 1977, attraverso la legge 517, all’abolizione delle “classi speciali” (che, tuttavia, sopravvissero ancora, di fatto anche se non di nome, per qualche anno, ma si sa che le barriere culturali sono dure da abbattere!) e all’inclusione degli studenti con disabilità nelle classi “normali”, con l’aiuto (ove necessario) di insegnanti di sostegno.

"La classe degli asini" - cast

Il cast del film – Foto ©Fabrizio Di Giulio/ Ufficio Stampa RAI

La classe degli asini” riesce ad affrontare un tema difficile in modo straordinario, senza insistere su pietismo ed emotività, anche grazie alle interpretazioni non solo di Vanessa Incontrada (Mirella) e Flavio Insinna (Felice), ma anche dei giovanissimi (e bravissimi) Giovanni D’Aleo (Riccardo) e Aurora Giovinazzo (Flavia). Come dice Mirella stessa nel film, riferendosi ad un piccolo-grande progresso compiuto da Flavia grazie all’aiuto di Riccardo:

“Si può accendere una lampadina […] Per accenderla, ci vuole qualcuno che prema quel pulsante.”

Disability manager: un facilitatore dell’inclusione

Abbiamo parlato più volte dell’importanza del lavoro per la piena inclusione delle persone con disabilità nella società, sottolineando come, nel nostro Paese, siano in vigore varie leggi e misure che mirano a facilitare questo processo. Eppure, anche durante la V Conferenza Nazionale sulle politiche sulla disabilità, svoltasi a Firenze a settembre, è emerso come la piena occupazione delle persone con disabilità in età da lavoro sia ancora un obiettivo lontano. Come arrivarci? Tra le misure auspicate in quell’occasione, c’è l’introduzione, in tutte le aziende del settore privato, della figura del disability manager. Ma chi è e cosa fa esattamente?

Disability Manager

un po’ di storia

Il disability management, come approccio, nasce a fine anni Ottanta, diffondendosi, all’inizio, in Canada, USA e Nord Europa. In Italia, se ne parla per la prima volta nel 2009, pensando al disability manager come figura da inserire nella pubblica amministrazione, col compito di agire da facilitatore, costruendo soluzioni che garantiscano alle persone con disabilità la massima autonomia in tutti gli ambiti della vita, dall’accessibilità urbanistica all’inclusione scolastica, dal lavoro al turismo. Nel 2010, è nata la SIDIMA (Società Italiana Disability Manager), che raccoglie più di 150 associati su tutto il territorio nazionale.

come si diventa disability manager?

Il disability manager è un professionista (architetto, medico, fisiatra, assistente sociale, avvocato, etc.) che si è specializzato in quest’ambito attraverso un apposito corso universitario (ad oggi, ce ne sono a Milano, Napoli e Padova), acquisendo competenze tecniche di alto livello, spendibili sia all’interno della pubblica amministrazione che in aziende private.

disability manager e lavoro

Ma quale sarebbe il contributo del disability manager all’inclusione lavorativa delle persone con disabilità? A questa figura spetterebbe il compito di agevolare la relazione tra l’azienda e la persona con disabilità, sia nella fase di selezione, assunzione ed inserimento che per tutta la carriera del lavoratore in quell’azienda, garantendo l’eliminazione di tutti gli ostacoli che impediscono al lavoratore stesso (sia che la sua disabilità sia congenita, sia che l’abbia acquisita durante il percorso lavorativo) di accedere al lavoro o di svolgerlo in maniera soddisfacente, indipendentemente dalla propria condizione di disabilità, individuando le soluzioni più idonee (per fare un esempio, lo smartworking).

meeting

Percorsi di questo tipo, in Italia, sono già attivi in alcune grandi aziende (tra le altre, UniCredit, Enel, Eli Lilly) ed amministrazioni pubbliche (per esempio, i Comuni di Bologna ed Alessandria). L’auspicio è che si diffondano ulteriormente, a beneficio della società nel suo complesso.

“Sasso, carta, forbici”: Google contro il bullismo

Negli ultimi giorni, mi sono imbattuta spesso, navigando su Internet, in un video molto bello e significativo: “Sasso, carta, forbici“, lo spot di Android (il sistema operativo di Google per i dispositivi mobile) contro il bullismo. Lo spot non è nuovo, essendo stato presentato per la prima volta a febbraio scorso, durante l’ultima notte degli Oscar. Ma, visto che il bullismo continua ad essere un problema pressoché globale, vale sempre la pena di rivederlo e, soprattutto, riflettere sul senso profondo del messaggio che trasmette.

Sasso, carta, forbici“: chi di noi non ha mai giocato almeno una volta, da bambino, alla morra cinese? Nel gioco, i tre elementi sono, da un lato, in grado di annullare l’azione di un avversario, ma, dall’altro, sono esposti ad essa: per esempio, il sasso batte le forbici, ma, allo stesso tempo, viene battuto dalla carta. Soltanto unendo le proprie forze sasso, carta e forbici possono resistere agli attacchi esterni.

Perché è proprio sulla solitudine della vittima prescelta che fa leva il bullo (o i bulli) di turno, per colpirla. Ed è un problema, il bullismo, che interessa costantemente bambini e ragazzi di ogni età, per le motivazioni più disparate: la disabilità, la differenza etnica, sessuale o anche, semplicemente, caratteriale o nell’aspetto esteriore sono tutti fattori che, in quanto segni di “diversità“, possono far apparire chi li rappresenta, suo malgrado, una sorta di “elemento di disturbo”, da eliminare dal quadro che, agli occhi dei bulli, dovrebbe rappresentare la “perfezione”.

"Sasso, carta, forbici" lo spot contro il bullismo

E, allora, che fare? Come superare il problema? Di certo, non girandosi dall’altra parte, liquidando gli episodi di bullismo come “ragazzate”, che passeranno da sé, come, purtroppo, succede troppo spesso. L’unico modo per superare il bullismo è, proprio come ricorda lo spot “Sasso, carta, forbici“, unire le forze, non isolare le vittime (anche solo potenziali) di bullismo, ma star loro accanto, mettere in atto ogni sforzo possibile per abbattere, attraverso la cultura dell’inclusione, le barriere che separano dai “diversi”.

Parlare di disabilità: le parole sono importanti

Ancora oggi, risulta spesso difficile parlare di disabilità. Quando si affronta questo tema, ci si trova di fronte ad imbarazzo, disagio, quasi che, anche solo pronunciando “quella” parola, si potesse attrarre su di sé la sfortuna.

Per secoli, è stata opinione diffusa che la disabilità (e la malattia in genere) fosse legata ad una “colpa” di chi ne era affetto, una sorta di stigma per indicare qualcuno da cui stare alla larga.  Ne derivava la pressoché completa emarginazione sociale delle persone disabili, nascoste dai familiari (o allontanate da casa), come se si trattasse di una “macchia” da nascondere agli occhi della società.

Oggi, per fortuna, questo pregiudizio è in gran parte superato, almeno nei Paesi più culturalmente ed economicamente avanzati (e non è un caso che le due cose procedano di pari passo, in genere): ci sono leggi che garantiscono alle persone con disabilità pari dignità e diritti in ogni ambito, dal lavoro alla sfera più privata e personale, e cresce la sensibilità verso temi come l’accessibilità e la necessità d’investire risorse importanti su di essa per il bene di tutta la collettività.

Parlare di disabilità

Tuttavia, persistono abitudini scorrette, e spesso offensive (anche involontariamente), quando si tratta di parlare di disabilità o, ancora di più, rapportarsi con una persona affetta da una disabilità, motoria, sensoriale o psichica. Pietà (non nel senso “alto” della pietas di virgiliana memoria), disagio, domande inopportune anche da perfetti estranei (“Che cos’hai esattamente?”, “Perché cammini così?”, “Non puoi fare niente per…?”) , tendenza a considerare la persona disabile alla stregua di un bambino, anche se si tratta di un adulto. Ma anche leggerezza, abitudine ad utilizzare termini associati ad una condizione di disabilità (“handicappato”, “spastico”, “mongoloide” e via discorrendo) come insulti, offese alle facoltà fisiche o cognitive del prossimo o a considerare una persona con disabilità motoria o sensoriale necessariamente “ritardata” (riecco l’offesa…) o, comunque, non proprio con tutte le rotelle a posto.

Come superare tutto questo ed affermare una corretta visione, una vera e propria cultura della disabilità? Le prime risposte che mi vengono in mente sono due: scuola e media.

diversityI bambini sono naturalmente inclini a non discriminare i “diversi”, a meno che un adulto di cui si fidano insegni loro a farlo: è capitato a tutti di vedere bambini appartenenti a culture, razze, condizioni diverse giocare tra loro senza crearsi alcun problema, perché quello che vedono nell’altro è, semplicemente, un compagno di giochi, non uno straniero, uno di un altro colore, o un disabile. È essenziale che la scuola contribuisca a rafforzare questa tendenza innata all’inclusione, favorendo e incoraggiando lo scambio continuo, la convivenza e la condivisione tra bambini normodotati e disabili.

mediaMa anche i mass media possono e debbono svolgere un ruolo importante nel consolidamento della cultura della disabilità, innanzitutto, utilizzando terminologia e modi corretti per parlare di disabilità: meno “tv del dolore” e disabili esibiti come macchiette o fenomeni da baraccone, più disabili nelle trasmissioni (anche come presentatori, oltre che come ospiti o pubblico, perché no?), nei film, nella pubblicità, sulle copertine delle riviste patinate e nelle serie tv. Non necessariamente come gli “infelici”, gli “eroi” di turno. E neanche come i “buoni” per definizione. Non è affatto detto che una persona disabile sia buona, generosa, disponibile con tutti, più saggia o, in una parola, migliore di una non disabile. I disabili, così come tutti, possono essere anche “stronzi”, cattivi, vendicativi, egoisti e quant’altro.

Semplicemente perché i disabili sono (siamo) persone, con pregi e difetti, come tutti. Persone che convivono con una condizione particolare, certo. Ma persone, non esseri superiori, né inferiori.

W lo sport!

In questi giorni nei quali imperversano i campionati europei di calcio, non posso esimermi dal parlare dell’importanza dello sport, non solo come passatempo e modo per tenersi in forma, ma anche come occasione di aggregazione, sia che lo si viva da spettatori che da protagonisti.

Non è affatto vero, infatti, che la pratica di uno sport (anche a livello agonistico) sia riservata esclusivamente ai “normodotati” (ci sarebbe molto da discutere sul concetto di “normalità”, per altro). Esistono ormai da anni federazioni ed enti che organizzano campionati ed eventi sportivi dedicati alle persone con disabilità fisica o intellettiva, che hanno pari dignità e valore sportivo degli altri, al punto che, dal 1960, nello stesso anno dei giochi olimpici, si svolgono quelli paralimpici.

Discipline come il basket, il tennis, la scherma, non sono affatto “impossibili” per chi ha un deficit motorio, per esempio. Allo stesso modo, l’atletica, la corsa, il nuoto non sono preclusi ai disabili sensoriali. Basta utilizzare gli opportuni accorgimenti, che si tratti dell’utilizzo di una carrozzina opportunamente adattata per consentire l’esercizio della pratica sportiva o di avvalersi dell’aiuto di una “guida” per affrontare un percorso in piscina o su pista.

Come iniziare a praticare uno sport in maniera “seria”? Anche per chi ha una disabilità valgono le stesse raccomandazioni che si danno a tutti: sottoporsi prima a scrupolosi controlli medici e, naturalmente, consultare gli specialisti dai quali si è seguiti per la propria patologia per valutare insieme la disciplina più adatta.

basket

Avete mai assistito ad un match di basket in carrozzina o ammirato la grande Beatrice “Bebe” Vio in azione in pedana? Se sì, vi sarete resi conto che, quanto ad agonismo, talento ed emozioni, lo sport dei disabili non ha niente da invidiare a quello praticato dai “normali”.

Se, invece, siete degli inguaribili pigroni e lo sport preferite guardarlo, magari anche dal vivo, forse sapete già che le federazioni delle discipline più seguite (dal calcio al basket, passando per volley e tennis, e non solo) prevedono sempre, all’interno degli impianti, la presenza di una percentuale di posti (o interi settori, a seconda della grandezza degli impianti) riservati a persone con disabilità e relativi accompagnatori. Nella maggior parte dei casi, l’ingresso è totalmente gratuito: basta inviare con un certo anticipo il modulo RAD (Richiesta Accredito Disabili), scaricabile dal sito web della società sportiva che gioca in casa e l’eventuale altra documentazione richiesta (certificato d’invalidità e, in alcuni casi, documento d’identità), alla società organizzatrice per godersi lo spettacolo senza altra preoccupazione oltre a quella di tifare!