Scuola e disabilità, tra eccellenza e carenze croniche

Settembre: in questi giorni, si riaprono i cancelli delle scuole in tutte le regioni d’Italia e, tra gli studenti che si siedono tra i banchi, ci sono anche più di 235 mila disabili (circa il 3% del totale), pressoché equamente distribuiti tra scuola dell’infanzia, scuola primaria, secondaria di primo grado e istituti superiori. Ma la scuola è pronta ad accoglierli e seguirli in maniera tale da consentire loro di esercitare in pieno il diritto all’istruzione?

L’Italia è il Paese leader per l’inclusione scolastica dei disabili, al punto che, all’inizio del 2016, ha ricevuto un riconoscimento formale dall’ONU. In effetti, mentre persistono in Paesi come Spagna e Germania, da noi le “classi speciali” (veri e propri ghetti all’interno delle scuole “normali”, nei quali venivano confinati studenti con disabilità fisica o cognitiva e quanti  versavano in situazioni di disagio di altro tipo) sono, ormai (e fortunatamente!) un ricordo del passato, essendo state abolite nel 1977, quando vennero introdotti modelli didattici flessibili, volti a favorire l’integrazione tra tutti gli studenti, al di là delle loro specificità, ricorrendo, ove necessario, anche ad insegnanti specializzati. La legge 104/92 ha posto ulteriormente l’accento sull’importanza dell’integrazione degli studenti disabili di ogni ordine e grado nelle classi comuni.

scuola e disabilità

Anche in tema di rimozione delle barriere architettoniche molto è stato fatto, negli anni, con più dell’80% degli istituti con scale e servizi igienici adatti ai disabili fisici. Le cose vanno un po’ meno bene quando si guarda agli accorgimenti per i disabili sensoriali e all’accessibilità degli spazi interni ed esterni: solo il 30% delle scuole, infatti, è dotato di segnali visivi, acustici e tattili, mentre poco più del 40% dispone di percorsi facilmente accessibili.

Un altro capitolo non propriamente roseo è quello relativo alle figure preposte all’assistenza degli studenti con disabilità particolarmente gravi e agli insegnanti di sostegno, figure essenziali per garantire l’accesso alla didattica e l’inclusione degli studenti con disabilità cognitive. Ogni anno, puntualmente, infuriano le polemiche per il numero insufficiente a garantire assistenza adeguata a tutti gli studenti che ne hanno bisogno. Esistono, purtroppo, anche problematiche relative alla preparazione non sempre adeguata alle esigenze specifiche degli studenti a loro affidati. Senza contare che, se già di per sé quella dell’insegnante, più che una professione, è una vocazione (o una e propria “missione”, come la definiscono alcuni), ciò vale a maggior ragione per quelli che, in virtù del proprio ruolo specifico, debbono avere a che fare con studenti particolarmente problematici, non collaborativi: senza un’adeguata preparazione e se si vive quel ruolo come un modo come un altro per “portare a casa uno stipendio”,  è facile scoraggiarsi, abbandonare a se stessi gli studenti, col risultato di contribuire alla loro ghettizzazione, anziché all’inclusione nella scuola, che è l’anticamera irrinunciabile della piena e felice integrazione nella società.

“Lombardia Facile”, una regione accessibile a tutti

Da qualche settimana, i cittadini lombardi con disabilità hanno a disposizione un nuovo servizio: “Lombardia Facile“, il portale che raccoglierà tutte le informazioni utili, come suggerisce il nome stesso del progetto, a facilitare la vita quotidiana delle persone con disabilità.

"Lombardia Facile"

Dalla previdenza al lavoro e alla scuola, dal turismo allo sport e al tempo libero: su “Lombardia Facile” sarà, gradualmente, possibile reperire tutte le informazioni su normative, agevolazioni e servizi a disposizione di cittadini residenti e turisti con disabilità in Lombardia.

Nato dalla collaborazione tra Regione Lombardia e associazioni ed organizzazioni che rappresentano e difendono i diritti di varie categorie di persone con disabilità, motoria e sensoriale, il progetto “Lombardia Facile” vuole rimuovere tutti gli ostacoli e le barriere (fisiche e informative) che, ad oggi, complicano la vita di chi ha una disabilità o esigenze speciali.

Il portale presta una grande attenzione in particolare ai temi della mobilità e del turismo accessibile. Su “Lombardia Facile”, infatti, è disponibile un motore di ricerca attraverso il quale è possibile accedere ad informazioni sull’accessibilità di vari monumenti, musei e luoghi d’interesse artistico e culturale della Lombardia.

Inoltre, sul sito è possibile reperire tutte le informazioni su un altro servizio, attivo dal 2001, dedicato alle persone con disabilità: SpazioDisabilità, che offre consulenza su vari argomenti legati alla disabilità. SpazioDisabilità è pensato sia per le persone con disabilità che per i familiari e le figure che, a vario titolo, prestano loro assistenza. Anche questo servizio è stato ripensato e si punta alla creazione di un sistema di front office diffuso su tutto il territorio regionale, aggiungendo a quello oggi disponibile presso la sede centrale della Regione altri punti informativi in tutti i capoluoghi di provincia. Dall’anno prossimo, inoltre, chi si rivolgerà a SpazioDisabilità avrà a disposizione un ulteriore servizio: la video-chat in LIS, che consentirà alle persone sorde di comunicare con gli operatori del front office grazie all’intermediazione di un interprete LIS collegato in videoconferenza.

Insomma, si stanno facendo importanti passi avanti per l’accessibilità e l’inclusione di tutti i cittadini. È auspicabile che iniziative simili vengano attivate anche in altre regioni. Ne conoscete qualcuna? Segnalatemela!

“La classe degli asini”: un film tv sull’inclusione

Non amo particolarmente fiction e dintorni, ma quando, ieri sera, mi sono sintonizzata su RaiUno per vedere “La classe degli asini” sono rimasta piacevolmente sorpresa. Per chi non l’avesse visto, questo film tv racconta la storia di una figura centrale nel processo d’inclusione scolastica degli studenti con disabilità: Mirella Antonione Casale, insegnante e madre lei stessa di una ragazzina resa gravemente disabile dall’encefalite virale. Grazie all’operato di questa coraggiosa donna e di altri suoi colleghi, si è giunti, nella seconda metà degli anni ’70, a superare, finalmente (almeno, sulla carta) le famigerate “classi speciali” o “differenziali”.

Nate ai tempi della riforma Gentile con l’obiettivo di garantire un’istruzione agli studenti in situazione di handicap, tali classi finivano spesso per diventare veri e propri “ghetti”, nei quali venivano letteralmente parcheggiati anche bambini senza alcun handicap, magari solo perché vivevano una situazione di disagio sociale o per il temperamento troppo “vivace”.  Un po’ ciò che accade ne “La classe degli asini”, dove Riccardo, un ragazzino meridionale con una famiglia disastrata, finisce per essere rinchiuso in una sorta di “convitto degli orrori” (dove i bambini subiscono ogni genere di violenza, fisica e psicologica) solo perché, nella Torino del boom economico, si esprime solo in dialetto e fatica a rispettare le regole. Mirella e il collega Felice (che ricorda un po’ il professor Keating de “L’attimo fuggente“) prendono a cuore il suo caso e fanno sì non solo che Riccardo possa lasciare il convitto, ma che vengano alla luce gli abusi lì perpetrati sui bambini. Inoltre, una volta diventata preside ed entrata in contatto con ANFFAS (l’Associazione delle Famiglie di Persone con Disabilità Intellettiva e/o Relazionale), s’impegna a far sì che i bambini con handicap e quelli prima “rifiutati” possano ricevere un’istruzione (e un trattamento a 360°) pari agli altri studenti. Anche grazie al suo contributo, nella realtà, si arrivò, nel 1977, attraverso la legge 517, all’abolizione delle “classi speciali” (che, tuttavia, sopravvissero ancora, di fatto anche se non di nome, per qualche anno, ma si sa che le barriere culturali sono dure da abbattere!) e all’inclusione degli studenti con disabilità nelle classi “normali”, con l’aiuto (ove necessario) di insegnanti di sostegno.

"La classe degli asini" - cast

Il cast del film – Foto ©Fabrizio Di Giulio/ Ufficio Stampa RAI

La classe degli asini” riesce ad affrontare un tema difficile in modo straordinario, senza insistere su pietismo ed emotività, anche grazie alle interpretazioni non solo di Vanessa Incontrada (Mirella) e Flavio Insinna (Felice), ma anche dei giovanissimi (e bravissimi) Giovanni D’Aleo (Riccardo) e Aurora Giovinazzo (Flavia). Come dice Mirella stessa nel film, riferendosi ad un piccolo-grande progresso compiuto da Flavia grazie all’aiuto di Riccardo:

“Si può accendere una lampadina […] Per accenderla, ci vuole qualcuno che prema quel pulsante.”

Parlare di disabilità: le parole sono importanti

Ancora oggi, risulta spesso difficile parlare di disabilità. Quando si affronta questo tema, ci si trova di fronte ad imbarazzo, disagio, quasi che, anche solo pronunciando “quella” parola, si potesse attrarre su di sé la sfortuna.

Per secoli, è stata opinione diffusa che la disabilità (e la malattia in genere) fosse legata ad una “colpa” di chi ne era affetto, una sorta di stigma per indicare qualcuno da cui stare alla larga.  Ne derivava la pressoché completa emarginazione sociale delle persone disabili, nascoste dai familiari (o allontanate da casa), come se si trattasse di una “macchia” da nascondere agli occhi della società.

Oggi, per fortuna, questo pregiudizio è in gran parte superato, almeno nei Paesi più culturalmente ed economicamente avanzati (e non è un caso che le due cose procedano di pari passo, in genere): ci sono leggi che garantiscono alle persone con disabilità pari dignità e diritti in ogni ambito, dal lavoro alla sfera più privata e personale, e cresce la sensibilità verso temi come l’accessibilità e la necessità d’investire risorse importanti su di essa per il bene di tutta la collettività.

Parlare di disabilità

Tuttavia, persistono abitudini scorrette, e spesso offensive (anche involontariamente), quando si tratta di parlare di disabilità o, ancora di più, rapportarsi con una persona affetta da una disabilità, motoria, sensoriale o psichica. Pietà (non nel senso “alto” della pietas di virgiliana memoria), disagio, domande inopportune anche da perfetti estranei (“Che cos’hai esattamente?”, “Perché cammini così?”, “Non puoi fare niente per…?”) , tendenza a considerare la persona disabile alla stregua di un bambino, anche se si tratta di un adulto. Ma anche leggerezza, abitudine ad utilizzare termini associati ad una condizione di disabilità (“handicappato”, “spastico”, “mongoloide” e via discorrendo) come insulti, offese alle facoltà fisiche o cognitive del prossimo o a considerare una persona con disabilità motoria o sensoriale necessariamente “ritardata” (riecco l’offesa…) o, comunque, non proprio con tutte le rotelle a posto.

Come superare tutto questo ed affermare una corretta visione, una vera e propria cultura della disabilità? Le prime risposte che mi vengono in mente sono due: scuola e media.

diversityI bambini sono naturalmente inclini a non discriminare i “diversi”, a meno che un adulto di cui si fidano insegni loro a farlo: è capitato a tutti di vedere bambini appartenenti a culture, razze, condizioni diverse giocare tra loro senza crearsi alcun problema, perché quello che vedono nell’altro è, semplicemente, un compagno di giochi, non uno straniero, uno di un altro colore, o un disabile. È essenziale che la scuola contribuisca a rafforzare questa tendenza innata all’inclusione, favorendo e incoraggiando lo scambio continuo, la convivenza e la condivisione tra bambini normodotati e disabili.

mediaMa anche i mass media possono e debbono svolgere un ruolo importante nel consolidamento della cultura della disabilità, innanzitutto, utilizzando terminologia e modi corretti per parlare di disabilità: meno “tv del dolore” e disabili esibiti come macchiette o fenomeni da baraccone, più disabili nelle trasmissioni (anche come presentatori, oltre che come ospiti o pubblico, perché no?), nei film, nella pubblicità, sulle copertine delle riviste patinate e nelle serie tv. Non necessariamente come gli “infelici”, gli “eroi” di turno. E neanche come i “buoni” per definizione. Non è affatto detto che una persona disabile sia buona, generosa, disponibile con tutti, più saggia o, in una parola, migliore di una non disabile. I disabili, così come tutti, possono essere anche “stronzi”, cattivi, vendicativi, egoisti e quant’altro.

Semplicemente perché i disabili sono (siamo) persone, con pregi e difetti, come tutti. Persone che convivono con una condizione particolare, certo. Ma persone, non esseri superiori, né inferiori.